Riesling Kabinet Troken 2008 – Schmitges

Altro riesling, questa volta della Germania, precisamente della Mosella. Meno immediato e definito rispetto al Riesling austriaco. Sarà la differenza di millesimo, sarà il territorio differente. Però in questo caso mi sento di poter dire che l’espressività del vino era più chiusa, lontana, difficile. O, quanto meno, meno immediata.
Bel colore paglierino pieno, mostrava una discreta consistenza che mi colpiva mentre lo facevo roteare nel bicchiere. Al naso mostrava subito sentori fruttati, mela e pera in prima fila. Poi un vago ricordo di fieno tagliato e la classica mineralità del riesling. Diciamo che al naso era molto classico, seppur giocato sulla delicatezza e la leggerezza. Stessa leggerezza che si riscontrava nella bevuta, con una freschezza e una sapidità che arrivavano lentamente dopo un inizio in sordina. La nota più evidente è l’essere secco, nessuno spazio agli zuccheri. Alcool ben integrato che supporta e sostiene questa vena di leggerezza. Discretamente lungo, ritornano in bocca i sentori fruttati.
Di per sè è stato un assaggio piacevole, sia chiaro. Però se confrontato al riesling austriaco la differenza è davvero evidente e notevole. Di là struttura, potenza ed eleganza, di qui delicatezza e timidezza. Interessante vedere come dallo stesso vitigno si possano avere risultati così differenti.

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Champagne Cuvée Tradition – Georges Clement

Per parafrasare una celebre pubblicità “toglietemi tutto ma non lo champagne“.
Una di queste sera mi è presa la voglia di de-gustare bene e con piacere. E quindi ho deciso di regalarmi uno champagne, non importa se la versione base. Avevo proprio voglia di assaggiare qualcosa di piacevole e mentalmente leggero, leggiadro per certi versi. E devo dire che ho trovato grande soddisfazione.
Ammetto di non avere una grande esperienza in fatto di champagne però posso dire che questa versione “base” di Clement è stata davvero interessante. Aspetto visivo di grande impatto, perlage elegantissimo e persistente, con fontanelle multiple sempre “esplodenti”. Bellissimo lo spettacolo che si trovava nel bicchiere a distanza di tantissimi minuti. Colore paglierino scarico, tipico. Al naso emergeva subito una nota leggermente citrina, accompagnata da un sentore dolce che poteva ricordare la zagara. E poi chiara ed evidente una leggera tostatura ed i lieviti, tipici ed immediati, che ricrodavano il pane e la brioche. Forse un leggero ammaricato della liqueur de expedition. Ma svaniva in fretta. Naso molto fine ed elegante, forse un poco timido nel suo dispiegarsi. In bocca entra con un equilibrio eccellente, elegante, persistente: freschezza e sapidità precise e definite, alcool che quasi non si percepisce. Si percepisce un leggero residuo zuccherino, ma non disturba, anzi, ammorbisce leggermente. Perchè alla fine, tu che cercavi qualcosa di leggiadro, trovi un vino leggero, sì, ma allo stesso tempo preciso e per certi versi austero. Uno champagne a tutto tondo, che non tradisce le attese. Un gran bella bevuta.

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Malvasia dell’Emilia IGT Le Dune Bianche – Azienda Mariotti

Partire dalla montagna e descrivere un vino del mare. O meglio, della sabbia. Perchè un amico fidato ti consiglia di assaggiare qualche prodotto di questa azienda, definendola “molto interessante”.
E quindi ti approcci a questa bottiglia in un certo modo, con certe aspettative. Stranamente deluse all’inizio ma poi confermate alla fine.
Perchè capita che per una volta ogni tanto, ti venga da dire “meglio in bocca che al naso”.
Naso che fatichi a trovare, che fatichi a comprendere. Poco immediato, seppure le persone che sono con te dicano che è un vino meraviglioso, da bere senza indugio. E tu, invece, indugi. Annusi e lentamente, con fatica e con poca convinzione, entri in contatto con questo vino.
Aspetto visivo tradizionale e tranquillo, paglierino chiaro, con una consistenza nella norma. Poi avvicini il naso al bicchiere: certo, l’aromaticità della malvasia c’è. Poi fiori bianchi, biancospino. Qualche sentore fruttato, ma qui inizia la perplessità: frutta molto matura, quasi cotta, che non ti aspetteresti. Pensi ad un’ossidazione, però non è così. C’è qualcosa che non comprendo: e alla fine, una persona che dice: “questo vino mi piace perchè mi ricorda i profumi del mare e della battigia“. Ecco la chiave di volta. Ecco la nota che in fondo non capivi. Salmastro, non sapido: ricorda in qualche modo il mare. Io al mare ci vado poco, certi sentori, certi profumi sono per me quasi “alieni“.
Poi rompi gli indugi e assaggi questo vino. E tiri un sospiro, quasi di sollievo. Ora sì che ti piace: acidità e sapidità, questa sì marittima, secco, completamente secco. Alcool tranquillo, leggero e mediato. In bocca pervade piacevolmente la bocca e si fa bere senza alcun problema. Lungo, con quella sapidità che dura a lungo. Quella sapidità che ricorda il mare, ma che ora non ti disturba, al contrario.
Meglio in bocca che al naso. E riconosci che l’amico che ti aveva consigliato questo vino aveva ragione. Per l’ennesima volta.

Ristorante La Rocca – Sparone

Chi mi legge sa che non sono un recensore di ristoranti (se volete godere, in fatto di ristoranti, andate a leggere lui). Se con il vino sto imparando/ho imparato a de-gustare, con il cibo ho un approccio molto più primordiale, immediato, infantile. Il cibo è ancora principalmente alimento e non oggetto di analisi pseudo-sensoriale ed edonistica.
Però in questo caso faccio un’eccezione, perchè mi piace scoprire ed evidenziare che in Canavese ci sono realtà più o meno nuove che avanzano, impostando il proprio lavoro sull’attenzione per la materia prima ed il territorio. E quindi dopo la Locanda dell’Orco di Rivarolo Canavese, El Fornel di Alice Superiore, questa volta tocca al ristorante La Rocca di Sparone, sempre nella valle dell’Orco che porta verso il Parco del Gran Paradiso lato piemontese.
Mi colpito per la semplicità e la freschezza delle materie prime, per la capacità di trasformare le medesime senza snaturarle, anzi esaltandole. Io ho sperimentato alcuni piatti di terra, però mi è stato detto che anche i piatti di pesce meritano la pena di essere provati. L’unico aspetto che mi ha deluso sono i dolci, ma forse ero satollo per poterli apprezzare nella giusta misura. Nell’insieme è stata una gran bella scoperta
Il tutto con un ottimo rapporto qualità/prezzo. La carta dei vini è piccola ed onesta: però ha il grosso pregio di mettere in luce i vini del territorio, Erbaluce e Carema in prima fila. E cosa che non guasta con ricarichi assolutamente onesti. Altra particolarità è la presenza di una piccola selezione di birre artigianali.
Un posto in cui tornare più che volentieri.

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Riesling Zöbinger Heiligenstein Alte Reben 2005 – Jurtschitsch Sonnhof

Austria. Altra terra di montagne, dove il riesling è uno dei vitigni più vocati. In questo caso il produttore è Jurtschitsch e questa bottiglia è un dono del Presidente.
Un bianco di 5 anni, mica banalità. Per un vino bianco, vista la media a cui siamo abituati in Italia, 5 anni è tempo di ossidazione e morte. Tempo di tuffo diretto nel lavandino. Perchè spesso si ha l’idea che un bianco debba essere bevuto subito, pena il decadimento.
Bene, questa è l’eccezione che conferma la regola. Questo è il classico vino che avrebbe potuto dire ancora molto nel corso del tempo.
Colore bello, acceso, tra il paglierino ed il dorato, molto luminoso. Al naso è giovane, subito erbaceo e minerale. Poi un frutto che non ti aspetti: sì, a costo di essere smentito, il primo sentore che ho percepito è stata la fragola. Ti dicono sempre di pensare a frutti bianchi quando degusti un vino bianco. Ci ho provato, ma la fragola era imperante. Poi con la testa mi sono sforzato di trovare la mela, la pera, il melone molto maturo. Ma quella fragola nessuno me la toglie dalla testa. Persino sentori di nocciola verso la fine, forse dovuti allì’innalzamento della temperatura. In bocca poi è uno svelamento, uno di quei vini che “vorresti bere a secchiate” (cit.). Avvolgente, morbido, lungo, sapidità e freschezza evidenti ma mai stonate. La mineralità che trovi al naso si dispiega durante l’assaggio, per via retronasale torna il sentore erbaceo. Un vino che definirei perfettamente equilibrato e splendidissimamente piacevole. Chapeau, davvero, grandissima bevuta.

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Canavese Doc Rosato Rosacherosanonsei 2009 – Azienda Agricola Favaro

Conobbi Camillo Favaro un po’ di tempo fa, alla presentazione del suo libro “Vini e Percorsi di Borgogna” (ne parlai qui). A distanza di tempo posso dire che il primo impatto non fu particolarmente felice. Anzi, per dirla tutta, mi sembrava uno che se la tirava non poco e un po’ antipatico. Poi ci furono occasioni di incontro, più o meno approfondite, e mi resi conto che non solo non era antipatico ma era (è) una persona decisamente preparata, disponibile e sveglia. Uno di quelle persone che a mio modestissimo avviso diventerà un personaggio nel mondo del vino. Perchè ha il coraggio di osare, di sperimentare, di andare per percorsi che altri non scelgono.
Questo vino è un esempio del personaggio. Nebbiolo all’85%, con un piccolo taglio di Syrah, vinificato in rosato. Nebbiolo della Serra Canavesana, a due passi dal lago di Viverone. Del Nebbiolo canavesano ebbi modo di parlarne qui, con risultati altalenanti.
Bene, questo rosato, questo esperimento, è a mio parere una bevuta molto interessante. Colore molto intenso e carico, quasi da sembrare un rosso scarico piuttosto che un rosato tipico, al naso denota subito una vena leggermente verde e fruttata, di ciliegia e frutti di bosco. Poi viene fuori un aspetto che non ti aspetti, un sentore quasi minerale. Tratto che contraddistingue il passaggio in bocca, dove sapidità e freschezza la fanno da padrone. L’alcool viene fuori per un attimo ma poi lascia spazio a una certa morbidezza che rende l’assaggio molto piacevole. A chiudere l’assaggio mi è sembrato quasi di percepire tannini leggeri leggeri che tirano un po’ in bocca. Per essere una “prima volta” è sicuramente un ottimo risultato.

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AperiZero e vini canavesani – El Fornel, Alice Superiore

Come avevo anticipato, ieri sera sono stato a El Fornel per l’AperiZero.
Serata carina, per essere una prima volta anche ben orchestrata. Parecchie persone, tutte incuriosite dall’abbinamento apparentemente inconsueto. Buona cucina (un plauso di cuore a Marco e ai suoi collaboratori), dove spiccava, a mio avviso, il Risotto Carnaroli con borraggine, salsiccia di Drusacco ed Erbaluce Metodo Classico 2007 con un equilibrio e un delicatezza dei sapori davvero notevole. Convincenti le tomette della Valchiusella; personalmente non mi ha entusiasmato il Caponet di trota (foglia di cavolo al cui interno c’è trota della Valchiusella leggermente affumicata e patate rosse), in cui la delicatezza del pesce veniva coperta dal sapore deciso del cavolo. Per chiudere pasticceria secca canavesana, davvero piacevole.

E poi, per chi come me scrive di vino, soprattutto Erbaluce, in tutte le sue forme. Bianchi sapidi ed elettrici, bollicine eleganti e passiti che avvolgono il palato. Qualità media buona, con alcuni picchi di piacevolezza e qualche piccola delusione. Produttori affermati al fianco di esordienti con le prime vinificazioni. E poi il piacere di vedere degorgiare un metodo classico da 10 anni sui lieviti (interessante, anche se avrebbe meritato più tempo nel bicchiere per respirare e far evaporare alcune tracce di ossidazione).

Insomma, una serata riuscita ed interessante. Ed un modo per continuare a parlare di Erbaluce, vitigno troppo spesso sottovalutato.

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Traminer Aromatico Dolomiti 2009 – Pojer e Sandri

A Genova, in occasione della degustazione dei vini di garage (#gwc), conobbi Mario Pojer. Rimasi affascinato dal personaggio e dalla competenza. Perchè, come buona parte delle persone molto preparate ed esperte, aveva la semplicità e l’immediatezza di chi non se la tira per nulla. Ascoltava, parlava, degustava e con poche parole riusciva a descrivere sentori e profumi, difetti e pregi. Insomma, un personaggio davvero notevole (e come se non bastasse organizzerà anche un VinixLive a casa sua a Faedo, il 21 di agosto).
L’altra sera ho avuto la fortuna di avere tra le mani una bottiglia della Pojer e Sandri e l’ho subito voluta assaggiare. Il Traminer Aromatico (o meglio, Gewurtztraminer) è spesso associato a vino piacione e semplice, talvolta un po’ ruffiano. Bhè, sulla piacevolezza di questo vino non si può discutere. Ma definirlo piacione o ruffiano no, stavolta siamo fuori strada. Bel colore paglierino carico, quasi dorato nonostante sia così giovane, al naso è tipicamente immediato, con sentori fruttati di mela e albicocca e un vago ricordo verde, erbaceo mi verrebbe da dire e l’immancabile presenza di leggere spezie dolci, cannella in primis. In bocca è “carnoso” e corposo, pieno: bella freschezza e buona sapidità, alcool presente che sostiene bene il tutto e aromaticità che dura a lungo, regalando a questo vino una persistenza invidiabile. Insomma, una bella bevuta, molto piacevole. Come, d’altra parte, molto piacevole era stata la compagnia di Mario…

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Veneto Igt Rosato Vigneto Lola 2008 – Società Agricola Piovene Porto Godi

Estate, necessità di vini leggeri, piacevoli, freschi, magari poco impegnativi da punto di vista “mentale”. Per me, lo devo ammettere, in passato i vini rosati non mai stati né carne né pesce… lì, sospesi, senza un’identità ben precisa, facendo il verso ai vini bianchi ma volendo dimostrare una personalità da rossi.
Poi scopri che alla fine sono solo i tuoi sciocchi preconcetti e ti avvicini alla tipologia con altro spirito e maggior rispetto, tanto da elevare due bollicine rosate (Parosé de il Mosnel ed il Caronte della Cave du Morgex) tra le due bevute più intense ed emozionanti degli ultimi tempi (vero, mi si può obiettare che sono bollicine e quindi tipologia assolutamente differente; però ottenute da uve a bacche rosse come i rosati e quindi con analogie).
Tra le mani mi è capitato, merito del #bwd genovese, questo Veneto Igt Rosato Vigneto Lola 2008 di Piovene Porto Godi, azienda vicentina. Ho poi scoperto che si tratta di un Tai (Tocai) Rosso, tipologia che mai avevo assaggiato né nella versione classica, né in questa versione “alternativa”. Alternativa, vero, ma assolutamente piacevole, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto visivo ed olfattivo. Come dice giustamente Jacopo Cossater è difficile trovare dei rosati che non affascinino per il colore.. ed anche questo non si smentiva con quei riflessi quasi ramati. Al naso era un tripudio di fiori, a partire dalla rosa e delle viole, per poi passare a sentori leggermente fruttati di fragola. Molto semplice, pochi sentori, ma tutti netti e puliti, ben definiti e “potenti”, facilmente riconoscibili. Insomma, un profilo olfattivo che faceva indugiare il naso vista la piacevolezza. In bocca brillava per freschezza ma peccava un poco, a mio parere, sul versante della sapidità. Un ricordo vagamente tannico (si può dire?) ed un alcool ben integrato, con i suoi 12 gradi, rendevano questa bevuta molto estiva, dimostrandosi essere un discreto accompagnamento a piatti leggeri vista la calura.
A questo punto sono curioso di assaggiare il Tai (Tocai) Rosso nella versione “classica”….

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AperiZero – 19 luglio 2010 – Trattoria El Fornel (Alice Superiore)

El Fornel è a mio parere un locale molto interessante qui in terra canavesana: cucina attenta alle tradizioni e ottimo rapporto qualità prezzo (ne avevo già parlato qui). Ogni tanto organizzano rassegne ed eventi: questa volta mi segnalano la serata AperiZero (organizzata in collaborazione con Slow Food), in programma il 19 luglio ore 19.30, in cui il Canavese la farà da padrone con la sua cucina ed i suoi vini.
Questo il programma:

- Risotto Carnaroli con borraggine, salsiccia di Drusacco, Erbaluce Spumante Metodo classico ’07 (Az Agr Falasco)
- Tometta fresca della Valchiusella nella bietolina con olio di noci (Az Agr Giachetto – Inverso)
- Caponet di trota “pess-coj”! (Allevamento Bovio Manuel – Traversella)
- Passito di Caluso accompagnato da una degustazione di piccola pasticceria canavesana con farine “a km zero” a cura di Paolo Pitti

Vini: Erbaluce a confronto, in viaggio tra i vini morenici:
I ragazzi (e le ragazze) dell’Erbaluce. Una “nuova” generazione di viticultori canavesani che, nel solco tracciato dalla tradizione, continua il lavoro di ricerca per ottenere un Erbaluce “d’autore”. Un’occasione per testare lo “stato dell’arte” dei vini canavesani.

Il tutto a 10 euro.
Considerato che El Fornel si trova ad Alice Superiore (610 slm) nella verdissima Valchiusella e alla sera c’è sempre una bell’arietta fresca, visto il programma assolutamente interessante che mi incuriosisce, penso che il viaggio ne valga davvero la pena….

Ruchè di Castagnole Monferrato Doc 2008 – La Mondianese

Che il ruchè sia una vitigno che mi affascina ed intriga non ne ho mai fatto mistero. In passato ho parlato di diversi produttori (Ferraris, Terre dei Roggeri, Montalbera, Cascina Tavjin), non facendo mai segreto che la versione che più mia aveva colpito era quella di Cascina Tavjin, l’ultima in ordine temporale ma assolutamente la prima dal punto di vista emozionale e di piacevolezza.
Aggiungo alla serie degli assaggi questa versione 2008 de La Mondianese, azienda in quel di Montemagno (At). Bevuta nell’insieme piacevole e lineare, semplice, mi verrebbe da dire. L’unico aspetto che mi ha non mi ha convinto appieno è il naso, in cui a mio parere c’è stato un passaggio in legno che si evidenziava abbastanza, a scapito dei profumi primari del vitigno.
Bel colore compatto, rosso rubino vivo, indice di tanta “materia” nel bicchiere. Al naso, come detto poco fa, speziature del legno, vaniglia, e poi sentori più fruttati che ricordavano dapprima il lampone, poi la prugna e sfondo con quella nota pepata appastanza tipica. Curiosa ed in ritardo (si evidenziava dopo quasi due ore dall’apertura della bottiglia) una sensazione quasi “verde” di timo. In bocca era rotondo e abbastanza morbido, con una buona freschezza, tannini morbidi e alcool ben integrato nonostante il grado di tutto rispetto (13,5% se ben ricordo). Insomma, andava giù bene, per dirla tutta, lasciando in bocca una piacevole e duratura speziatura e dimostrandosi buon accompagnamento ad una cena che ha avuto il suo punto di forza in una bella bistecca di fassone al sangue…. (nonostante i 30 gradi estivi….) ;-)

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Erbaluce di Caluso Doc San Cristoforo 2008 – Le Baccanti

L’altro giorno sono sceso in cantina convinto di non avere più bottiglie di vino bianco. E invece, in mezzo ai rossi, è sbucata fuori questa “dimenticata” bottiglia di Massimiliano Bianco, patron del Le BaccantiErbaluce di Caluso Doc San Cristoforo 2008: si potrebbe definire paradigmatico, nonostante non fosse dell’ultima annata. Ma, a dirla tutta, a mio parere l’Erbaluce potrebbe avere potenzialità di invecchiamento (ne avevo già parlato in occasione di una verticale 2002-2008 de “La Rustia” di Orsolani): l’assaggio del San Cristoforo ha confermato questa impressione. Sarebbe curioso poter degustare qualche bottiglia più “datata”.
Ma torniamo all’assaggio dell’altra sera: colore paglierino, riflessi timidamente dorati, al naso era inizialmente giocato, in maniera tenue, su note di frutta tropicale (ananas) e leggermente floreale. Naso tipico, non particolarmente deciso, con il passare dei minuti regalava qualche sentore fruttato un po’ più “vivace”. In bocca brillava per la freschezza e la sapidità, anche in questo caso tipiche dell’Erbaluce. Ma seppur giocato sulle durezze, si notava una certa “gentilezza” (morbidità è un termine eccessivo) che avvolgeva la bocca con il passare dei minuti. Servito a 10° si è rivelato essere molto piacevole e rinfrescante, ideale per la calura degli ultimi giorni.

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Oneglass – Tasting Panel

Ecco un nuovo tasting Panel, questa volta organizzato da OneGlass Wine, azienda veronese che ha avuto l’idea di proporre il vino in formati mono-dose (100 ml).
Idea nuova e per certi versi rivoluzionaria. Eccellente il packaging di presentazione, con il “librone” contenente un’”anfora” di vino e una brochure illustrativa che racconta la filosofia che è alle spalle di questa idea. I vini proposti sono 4: Toscana Igt Vermentino 2009, Pinot Grigio delle Venezie 2009, Cabernet Sauvignon delle Venezie 2008 e Toscana Igt Sangiovese 2008.
Abbastanza accurate le informazioni sul servizio e sulla conservazione. Al momento ho assaggisto i due bianchi ed il Cabernet.
A questo punto sorge la questione: in un tastng panel si dice la verità o si fa solo pubblicità? I wineblogger che conosco, e a cui ho la pretesa di essere assimilato, basano i propri scritti sulla sincerità e sulla completa indipendenza intellettuale. E io non sarò da meno.
Partiamo dai vini: onesti, senza lode e senza infamia. Profumi sempre abbastanza tenui e precisi, bevute tranquille. Insomma, bevuta che non mi lascia molto dal punto di vista emozionale. Vini comuni, senza necessariamente dare un’accezione negastiva al termine comune.
Quello che mi lascia maggiormente perplesso è:
1) il contenitore. Sarò un inguaribile reazionario, ma la confezione non mi piace, mi ricorda altre tipologie, i vini in brick, tanto per essere chiari. Sono consapevole che i materiali sono differenti ed in questo caso l’attenzione all’ambiente è molto alta, però non mi piace al tatto (“plasticosità viscida“) e lo trovo poco funzionale (anche l’apertura, sia con forbici, sia a strappo, e la conseguente mescita, non è stata delle migliori)
2) le informazioni: su una bottiglia mi piace sapere chi è il produttore, dove si trova, anche in modo da potermi fare delle idee. Sulla confenzione ho visto solo un “confezionato per conto di“. Così non si dice nulla sulla provenienza. E per me è un limite
3) la quantità. Ok è un prodotto per single e coppie, ok ci sono le norme anti-alcool. Però è risaputo che il vino soffre in confezioni di piccole dimensioni. Già reputo la “mezza” bottiglia poco adatta, figuriamoci un plasticoso formato da 100 ml.

Mi sono chiesto se da consumatore, trovando le OneGlass in un negozio o in un centro della GDO, le avrei comprate. La risposta è stata no, per tutte le ragioni che ho detto poco sopra. Ma forse, e questa è un’ulteriore riflessione che lascio a margine, non appartengo al panel più giusto per apprezzare.
Onestamente ho l’impressione che si privilegi la forma rispetto alla sostanza.
Grazie di cuore a Oneglass per questa opportunità e per essersi messi in gioco. Per quel che mi riguarda sono aperto al confronto e alla discussione.

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Isola dei Nuraghi IGT Petra Ruja 2008 – Cantina Li Seddi

Ah, la Sardegna… tutti pensano alle spiagge ed al mare cristallino. Per me invece, la Sardegna, è la brughiera delle montagne, l’arsura delle pietre, l’odore degli arbusti di mirto bruciati dal sole. I Nuraghi, la Giara di Gesturi, Orgosolo, Berchidda, Oliena… insomma, per non smentirsi, l’interno dell’isola. E visto che il periodo è molto vicino alle vacanze, aprire un vino sardo è un modo come un altro per attivare un minimo di teletrasporto e sentirsi per qualche istante lì…
Isola dei Nuraghi Igt Petra Ruja (immagino significhi pietra rossa) della Cantina Li Seddi, blend di vitigni autoctoni sardi quali Cannonau, Muristeddu, Monica e Girò. Anche questa è una bottiglia “catturata” al #bwd di Genova… non lo conoscevo e la curiosità è stata tanta.
Vino didattico, nel senso che mi ha fatto capire che ho ancora una mare di cose da studiare e non si può mai dare nulla per scontato. A partire dall’impatto iniziale. Sapendo che c’è il Cannonau e memore di alcune bevute del passato (qui e qui, ad esempio) mi sarei aspettato un vino dal colore intenso e carico. Invece colore abbastanza “leggero”, non eccessivamente concentrato. Delicato quasi. Al naso emerge subito il frutto, la marasca e poi quella nota terrosa/aromatica che io percepisco in tutti i vini sardi. Quindi: o il mio cervello sente Sardegna e si “sintonizza” sui sentori di mirto e macchia mediterranea oppure è un tratto distintivo dei vini dell’isola che fino ad ora ho bevuto. Sta di fatto che io l’ho sentito. Punto. Bello, mi è piaciuto un sacco e ci sono rimasto sopra un bel po’.
In bocca invece brilla per freschezza e calore. E soprattutto per una caduta verticale nell’immediato. Dico immediato perchè poi, mentre ti potresti sentire “deluso” per questo corpo apparentemente scarno e poco “duraturo”, torna lentamente dalle profondità. E invade la bocca con sentori fruttati molto piacevoli e delicati. Non durano un’eternità, questo no, però sono molto interessanti.
Vino particolare che a mio parere andrebbe servito un pizzico fresco per essere apprezzato al meglio (seppure sono convinto che il naso ne sarebbe penalizzato). Un altro vinino interessante.

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SudTirol Alto Adige Doc Riesling 2009 – H. Lun

Questa bottiglia fa parte del “bottino” del #bwd di Genova e il proprietario era il caro Giuliano Abate. Sinonimo di garanzia. Riesling dell’azienda H. Lun, vino giovane, giovanissimo, del Sud Tirolo. Servito non eccessivamente freddo, sarebbe stato un ottimo modo per ucciderlo, è stato un egregio accompagnamento ad una cena “frugalmente estiva”.

L’aspetto visivo conferma le attese: colore giallo paglierino scarico con evidenti riflessi verdolini, tipico sinonimo di gioventù. Al naso, onestamente, mi sarei aspettato un attacco citrino, minerale, esuberante e “violento”. Ed invece, stupore, attacco floreale, sambuco e glicine, con note leggermente dolci e sentori chiaramente erbacei di fieno ed erba tagliata da poco. Se proprio volessimo esasperare i sentori, si potrebbe quasi riconoscere una leggera nota “amarognola” che potrebbe ricordare la nocciola. Ma questo aspetto è arrivato con l’innalzamento delle temperaratura.
In bocca, invece di palesarsi con durezze forti ed inattaccabili, è giocato sulla morbidezza e sulla rotondità. Chiaro, resta sempre un bianco giovane. Ma è un assaggio tondo, senza ombra di dubbio. Alcool ben integrato e mediato, sapidità e freschezza ben equilibrate. Insomma, per essere in infante, dimostra notevole personalità.
Bevuta estiva molto interessante e piacevole.

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