E tu… cosa hai capito dell'"affaire" Brunello?

In questi mesi il caso Brunello ha sicuramente scosso le basi dell’enologia italiana. Tra inchieste della magistratura (ancora in corso per alcuni aspetti), analisi, controanalisi, simposi e proposte di ogni tipo, tutta la vicenda ha posto a tutti gli appassionati e agli addetti ai lavori questioni forse non più rinviabili. O così pare… già, perchè i contorni della vicenda e il successivo can-can mediatico hanno fatto, almeno nel mio caso, più confusione che altro.
Quindi ecco quanto ho capito di tutta questa storia (la fonte principale su cui mi sono documentato è questa):
1) Si è scoperto che alcune partite di Brunello, il cui disciplinare prevede l’uso di Sangiovese in purezza, sono state tagliate con altri uvaggi;
2) alcuni dei nomi di punta della viticoltura di Montalcino erano coinvolti;
3) la magistratura ha sequestrato (e poi parzialmente dissequestrato) ettolitri di “oro rosso”;
4) il vino dissequestrato è stato “declassato” ad IGT Toscano (e quindi questo fa pensare che fosse effettivamente tagliato);
5) si è aperta una furiosa lotta tra modernisti e tradizionalisti… Modernisti e tradizionalisti? Detto in altre parole lotta aspra e dura tra chi vorrebbe modificare il disciplinare, permettendo quindi l’uso limitato di altri uvaggi e chi invece vuole mantenere la docg più famosa d’Italia nel terreno della tradizione.

Chi vuole modificare il displinare afferma di essere realista, ossia se ho ben inteso, che se vogliamo tenere il Brunello come fiore all’occhiello dell’enologia italiana, dobbiamo poter competere quantitativamente e qualitativamente. Il disciplinare così rigido rischia di essere una palla al piede per la commercializzazione estera (penso soprattutto per quanto riguarda le quantità): e poi, la cosa che più mi lascia perplesso, i buoi sono già scappati e tanto vale aprire le stalle ora… (domanda: allora cosa abbiamo veramente bevuto in questi ultimi anni?)
Chi invece vuole restare nell’ambito della tradizione si appella al fatto che permettendo altri uvaggi si snaturerebbe il Brunello; cambiando il disciplinare si premierebbero i più furbi…

Questa bolla è esplosa perchè forse qualcuno ha esagerato… anche perchè, siamo onesti, a nessuno era mai venuto il sospetto che la produzione di Brunello (o di altre celebri docg) fossero quantitativamente al di sopra delle loro reali possibilità? Che la superficie vitata e il numero delle bottiglie prodotte fossero in qualche modo non conciliabili?
E poi, come fanno ad esistere vini docg che nella grande distribuzione possono essere acquistati a pochi euro mentra i vini di punta della medesima docg ne costano decine (se non centinaia)?
E le concentrazioni, i colori, i profumi di alcuni di questi vini non hanno mai indotto sospetti?

Una delle poche cose “certe” che ho appreso durante i 3 livelli del corso Ais è stato il concetto di terroir o, per dirla come piace a me, di appartenenza… un vino è tale perchè “appartiene” alla terra, quella determinata terra con quel determinato clima e con quella determinata coltura e con quella precisa cultura.. e come tale, il vino perpetra quella cultura, in un movimento circolare che segna fortemente l’appartenza…

Penso che si capisca dove vanno le mie simpatie… se Brunello e Barolo (che scommetto sarà il prossimo ad essere attaccato) perdessero le loro peculiarità, i loro rigidi disciplinari, che senso avrebbe coronarli come le docg più celebri ed amate dell’Italia enoica? Allora liberiamoci dal mito del monovitigno e facciamo tutti i vini in perfetto stile bordolese… (come direbbe Scanzi, si sente che ho ancora il sacro fuoco del novizio Ais…)

Questo la mia morale della favola: snaturare il disciplinare per ragioni commerciali. Ne vale davvero la pena?

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