Canavese: terra avara di viti (o vini)?

ferrandoLo spunto per questo post lo prendo da un articolo comparso sull’edizione torinese di Repubblica intitolato “Ferrando e la sfida vinta nella terra avara di viti” a firma di Carlo Petrini. Nell’articolo si parla di Ferrando che è sicuramente uno dei vignaioli più importanti del Canavese e del suo Carema, vino storico e nobile che grazie a questo produttore ha conosciuto la ribalta internazionale e una nuova “vita”. Infatti, come raccontato nell’articolo, il Carema era un vino molto diverso da quello conosciuto adesso e va dato atto alla lungimirante e coraggiosa scelta dei Ferrando. In più, al termine dell’articolo, si parla anche dell’Erbaluce e del grande successo che sta riscontrando.
Ciò che ha attirato la mia attenzione è stato proprio il titolo dell’articolo: terra avara di viti. Vero, nell’articolo si parla soprattutto del Carema, vino nobile di montagna e come tale frutto di enormi fatiche e prodotto in quantità limitate; ma anche il breve riferimento all’Erbaluce potrebbe far pensare che il Canavese non sia terra votata alla viticoltura. Questo è un dato falso.
Lo scorso anno partecipai ad un’interessante serata in cui Domenico Tappero, vignaiolo e sommelier canavesano, nonchè membro dei MySobry, raccontò a noi corsisti quello che era ed è il nostro territorio dal punto di vista vitivinicolo. Questo che segue è un piccolo resoconto di quella serata, volto a dimostrare che il Canavese non è così avaro.
Partiamo con un dato oggettivo: in un territorio abbastanza ridotto (la zona a nord di Torino, compresa tra le Valli di Lanzo, le provincie di Biella e Vercelli e la Valle d’Aosta) troviamo 3 doc, ossia la Doc Canavese, la Doc Erbaluce e la Doc Carema. I terreni sono tendenzialmente sabbiosi e molto fertili: infatti circa 15 ml di anni fa questo territorio era coperto prima da ghiacci e poi da un grandissimo lago, che ritirandosi, ha lasciato un terreno molto ricco di limo ed argilla. Il clima è tipicamente continentale anche se, in alcune zone, grazie alla presenza di laghi, il clima rigido dell’inverno viene in qualche modo temperato.
La tradizione agricola canavesana affonda nella notte dei tempi e già ai tempi dei Romani si parla di viticoltura (sembra che siano stati proprio loro ad impiantare le prime vigne). Nel 1859 si avevano circa 12.000 ha dedicati alla viticoltura (oggi sono 285 ha), pari al 20% sul totale dedicato all’agricoltura. Ai concorsi internazionali e alle mostre dell’800, i vini di Loranzè, Orio, Mazzè, Caluso e Lessolo facevano man bassa di premi e il trend era continuato fino alla Ia guerra mondiale. Successivamente, a fronte di una crescente industrializzazione, le campagne si svuotarono e la viticoltura assunse un ruolo marginale nell’economia canavesana.
I vitigni presenti nel territorio sono molto numerosi: Nebbiolo, Barbera, Bonarda, Freisa, Neretto di Bairo (vitigno autoctono), Erbaluce, Moscatello. Tra i vini più celebri si ricordano il Carema e l’Erbaluce (passito, metodo classico, bianco fermo); poi ci sono numerosi altri vini. I produttori di punta, oltre al citato Ferrando sono Cieck ed Orsolani: ma la realtà è molto dinamica e nuovi produttori (e consorzi) si stanno affacciando sul mercato con prodotti sempre più validi ed interessanti.
Per approfondimenti rimando al sito dall’Ais Canavese e al sito della regione Piemonte

Detto questo, pongo una domanda retorica: il Canavese è una terra avara di viti? A mio parere la risposta è ovviamente negativa; ed aggiungo: oltre ad essere una terra ricca di vini, è una terra ricca di vini potenzialmente grandissimi. Voi che ne dite?

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