Canavese – segnali di riscossa enologica?

In passato (leggi qui) avevo un po’ polemizzato sull’approccio utilizzato in un articolo di Repubblica in cui il Canavese enoico era un po’ maltrattato. Memore della storia e di una convinzione personale maturata durante il corso Ais, avevo pertanto evidenziato una serie di elementi per difendere il territorio canavesano e la sua produzione enologica che, a mio parere, può rientrare in un discorso di eccellenza; o, quantomeno, di particolarità, sulla cui qualità non si può assolutamente discutere.
In questi giorni ho trovato sia sul web sia in edicola un paio di segnali confortanti che supportano quanto scritto in quel post: il primo arriva dal sommelier canavesano Domenico Tappero che sul blog Agorà di Ais Canavese propone una riflessione sul nostro territorio e sottolinea la necessità di spingere e proporre la qualità enologica canavesana.
Il secondo l’ho trovato sulla rivista “Il mio Vino” (qui il sito) che ho acquistato per puro caso ieri in edicola: a pag 115 del numero di Aprile propone una semplice ma afficace descrizione del Canavese (focalizzando soprattutto l’attenzione dull’Erbaluce) accompagnata da un’intervista a S. Dezzutto, presidente del Consorzio di Tutela dell’Erbaluce, che rimarca alcune delle convinzioni che avevo espresso in passato.
Molto interessante la chiusura dell’intervista che mi permetto di citare: “Nessuno di noi del fa i soldi con l’Erbaluce Passito […] Noi lo facciamo perchè è una perla di vino, perchè è un esempio di quanto questo vitigno locale è capace di dare […] Fare un vino ricco, saporito e profumato da un’uva che non ha doti aromatiche… non tutti ce la fanno“.
Finalmente anche i produttori se ne rendono conto? Che sia un primo passo per fare uscire dall’anominato queste grandi chicche enologiche?

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