Brunellopolis – G. Magrini

Brunellopolis_webIl vantaggio di usare il treno è quello di riuscirsi a ritagliare alcuni momenti per poter leggere e studiare. Negli ultimi giorni ne ho approfittato per leggere il nuovo libro di Guelfo Magrini intitolato Brunellopolis – Il lato oscuro del vino più famoso d’Italia raccontato dai media edito da Ali&no Editrice di Perugia. Il libro è una rassegna stampa ragionata, che racconta le vicende accadute a Montalcino nell’ultimo anno e che tanto hanno scosso il mondo enoico italiano. La questione l’avevo seguita abbastanza all’epoca (qui il post dove ne avevo già parlato) e ora, nonostante il generale silenzio mediatico che aiuta a far passare tutto nel dimenticatoio, sono ancora incuriosito dagli sviluppi che ci sono stati e che ci saranno. Bisogna dare atto all’autore di essere riuscito a fare una rassegna stampa equilibrata, in cui non ci si schiera apertamente su qualche posizione, ma si cerca di raccogliere tutte le voci che, a torto o a ragione, hanno affrontato la questione. Come dichiara all’inizio lo stesso autore, la principale fonte da cui sono state prese le notizie è stato il blog di Franco Ziliani, Vino al Vino; per chi non lo sapesse, Ziliani è il decano dei giornalisti che si occupano di vino, essendo sul campo da ben 25 anni: il suo stile diretto e talvolta duro gli sono valsi il soprannome di Franco Bevitore e, piaccia o non piaccia, è uno che non le manda a dire, schierandosi coraggiosamente e coerentemente.
Non sto a ripercorrere l’intera vicenda (dall’adulterazione si è passati alla frode alimentare, dall’avvelenamento al taglio con uvaggi non consentiti), ma espongo alcune conclusioni a cui sono giunto e che in parte confermano quanto avevo già scritto in passato; senza fare distinzioni tra “buoni” e “cattivi”, chi ne esce con l’onore delle armi sono stati Ziliani e Rivella, personaggi agli antipodi nel modo di affrontare la vicenda ma a cui non si può nascondere il merito di aver preso posizione e di aver combattuto coerentemente per portare avanti le proprie posizioni. I blogger, in genere, escono bene da questa rassegna stampa: per quanto divisi, per quanto litigiosi, esprimono comunque un mondo vivo e, si spera, libero nel poter esprimere quanto si pensa. Chi, al contrario, ne esce con le ossa rotte sono i produttori ed il Consorzio di Tutela: non tanto per i sospetti o i reali maneggi, quanto per un terribile quanto assordante silenzio sulla vicenda; a parte pochi piccoli produttori, la maggior parte ha preferito affrontare il diluvio tacendo, senza alcuna difesa o chiara presa di posizione, dando così credito alle tesi che li volevano conniventi, volenti o nolenti, di un sistema “criminale” unicamente basato sul profitto.
La difesa o la modifica del displinare diventano così le posizioni su cui ci si scontra e ci si divide; i dubbi sulla produzioni e le conseguenza ricadute occupazionali diventano motivo ulteriore di attrito. Ma tutto questo nasconde quali interessi? E soprattutto, come è nata l’indagine della magistratura? Una denuncia di un produttore onesto o manovra abile di un giornalista sembrano più ipotesi da trama di un film che realtà suffragate da prove; sta di fatto che le indagini sono ancora in corso e che la vicenda sembra essere lontana dalla soluzione.
Ma quello che mi inquieta maggiornente è una frase citata a pg 114 ed attribuita a chi sostiene la necessità di modificare il disciplinare: “Quale è il Brunello che ha conquistato il mercato mondiale?” A mio avviso, detta così, è la conferma palese che il Brunello è stato tagliato; ma ancor più grave è che lo si sia fatto perchè il mercato lo richiedeva. Quindi mi chiedo: ma se il Brunello fosse stato 100% Sangiovese, avrebbe avuto il medesimo successo? E ammettendo anche l’errore, tornare a produrre nel pieno rispetto del disciplinare potrà far risalire la china dopo questo brutto colpo? In ogni caso, il danno d’immagine è stato enorme. CHi ne ha beneficiato o ne beneficerà? E soprattutto questo è il prologo per attaccare altri vini pregiati italiani e modificarne (semplificandolo) il displinare, in nome del mercato? E soprattutto è vera l’affrmazione che afferma, sempre in nome di ragioni economiche, che tutti i vitigni sono autoctoni?

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