Colli di Scandiano e Canossa Doc Sauvignon 2006 – Le Barbaterre

Se una volta mi si diceva Emilia Romagna o mi veniva in mente il colossale pezzo dei CCCP – Fedeli Alla Linea, Emilia Paranoica oppure pensavo a prelibatezze quali il Crudo di Parma o lo gnocco fritto. Il vino di quella regione l’ho conosciuto tardi, prima sotto forma di Gutturnio dei colli Piacentini, poi, più recentemente con il Lambrusco grazie alla Nouvelle Vague lambruschista. Poi un giorno capita che uno scout anarchico del gusto ti regali un paio di bottiglie quali una Barbera 2007 di Camillo Donati e un Sauvignon 2006 de Le Barbaterre. Con una raccomandazione: “sgombra la testa da tutto quando li assaggerai“.
E così ho fatto. Del Barbera di Donati potete leggere qui. Questa sera avevo voglia di gusti e spunti nuovi: quindi ho deciso di provare questo Sauvignon. Prodotto rigorosamente bio e rifermentato in bottiglia. Le premesse per qualcosa di “nuovo” c’erano tutte.
E già il mescerlo nel bicchiere ha generato stupore: giallo quasi dorato, oro antico, mostra una spuma leggera ed evanescente degna di un metodo classico. Ancor più sorprendente è il perlage (e non è un abusare di questo termine): meraviglioso, finissimo, punte di spillo, perpetuo, fitto fitto, all’inizio talmente fitto che ho dubitato della limpidezza del vino. Poi il movimento si è “assestato” e il vino era assolutamente limpido, cristallino. Al naso è scontroso e chiuso all’inizio. Paziento qualche minuto, lo lascio lì, ma non resisto. Mi ci tuffo con il naso, ma non ottengo nulla di più di una profumo da “metodo classico”, i lieviti o la crosta di pane. Poi, preso dalla smania di sentire altro, inizio a far girare vorticosamente il vino.
E questo moto si trasforma in un’esperienza di viaggio spazio-temporale, in cui mi trovo catapultato all’indietro di 30 anni: un bambino, vestito da Zorro, tornava a casa della nonna dopo essere stato alle giostre di Piazza Vittorio. Sì, all’epoca la piazza, centralissima in Torino, ospitava il Carnevale e le giostre. Lo zucchero filato e quel profumo che c’era a casa della nonna, con i pavimenti in palchetto, curatissimo, con la cera d’api.
Ecco, profumi di dolce zucchero e di cera d’api. Poi sopraggiunge un frutto croccante, la mela. E a chiudere un sentore erbaceo: il sauvignon finora celato, emerge, si fa sentire. Bhè, un naso sorprendente, non c’è che dire.
In bocca inizialmente scorre via rapidamente. Ma poi, in maniera sorprendente, torna: acidità e sapidità compiono una rapida scalata e riempono la bocca. Poi c’è l’alcool e una discreta morbidezza. Ma quel che stupisce è la persistenza: lunghissimo, con sentori cangianti, nocciole e miele che si incontrano-scontrano con una leggera nota affumicata e apparentemente amarognola.
Vino per nulla banale, particolare, per certi versi difficile se si cerca il “sauvignon“.
Un vino giocato sulla non-perfezione e sull’emozione. E con me ha colto nel segno.

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