De degustatione

L’essenza di un blog sono i commenti.
Ne sono sempre più convinto e mentre scrivo queste righe su Dissapore compare un interessante post del grande Stefano Caffarri proprio sul ruolo centrale dei lettori e dei loro contributi. Capita che anche su questo piccolo blog di periferia arrivino commenti che fanno riflettere ed inneschino pensieri che, come in questo caso, sfociano in un post. Non so ancora quanto delirante e sensato, ma in cui cerco di spiegare la mia visione dell’esperienza della degustazione.
Chi ha vergato il commento, Alter-Eno, al secolo Pierpaolo Paradisi afferma (forse) provocatoriamente il “fallimento della degustazione” (qui il testo completo). Posizione che, almeno all’inizio, non differisce molto dal mio modo di vedere.
La degustazione è un momento cognitivo soggettivo. In quanto tale è un’esperienza limitata al qui e al momento. Quanto si riesce a comunicare è sempre e comunque frutto di un’esperienza pratica e sensibile dell’individuo. La sfera teoretica della degustazione, o meglio, un livello di degustazione che tende a dare giudizi validi in senso assoluto non è possibile, nel momento della degustazione pratica. Forse è possibile però successivamente all’atto degustativo, come cercherò di affermare tra poco.
Pierpaolo afferma che “L’esperienza della degustazione può essere descritta, ma non è la stessa cosa della “conoscenza” di quell’esperienza“. La conoscenza dell’esperienza è riservata solo al degustatore e termina nel momento stesso in cui finisce il “contatto” tra vino e sensi di chi sta sperimentando l’assaggio. Ma la conoscenza che termina è quella sensibile, limitata ai sensi ed al corpo. E qui la mia idea si stacca da quella di Pierpaolo. Perchè a mio parere entra in ballo un altro elemento, quello della memoria dell’esperienza.
I sensi lasciano tracce: nel caso del vino profumi, sentori, acidità, alcool, tanto per dirne alcuni. Seppure ogni bottiglia sia una storia a sè, è allo stesso tempo possibile affermare che ogni vino possieda una essenza. O meglio: ogni tipologia di vino possiede caratteristiche tali per cui è riconoscibile come tale dopo una lunga serie di assaggi. Queste caratteristiche costituiscono l’essenza di quella tipologia di vino: e questa essenza è riconosciuta dal nostro corpo attraverso la memoria delle precedenti degustazioni. Perchè i degustatori più preparati riescono a riconoscere alla cieca un vino? Perchè un Caffarri o un Tirebouchon di fronte ad un Lambrusco servito coperto, appena assaggiato hanno affermato, correttamente, che quel vino era di quel dato produttore? Perché uno Ziliani di fronte a 80 Barolo serviti alla cieca è capace di discernere quelli che provengono da un posto piuttosto che da un altro?
Stiamo ovviamente parlando di persone che hanno una grande serie di assaggi e grande memoria e capacità sensibile nel discernere e ricollegare: ma la memoria dell’esperienza è quello che rende possibile questi risultati.
Il fallimento della degustazione si ha nel momento in cui si pretende, con un assaggio, di aver compreso tutto di quella bottiglia e di quel vino. La degustazione, in quanto atto conoscitivo soggettivo, porta un ricordo. Tanti ricordi, analoghi, diventano una frequenza che può essere riconosciuta come essenza di un dato vino. Ecco quindi come la degustazione può giungere ad un livello più alto: non assoluto, sia chiaro, dato che forse l’assoluto è ambito limitato all’etica.
C’è un dato, questo sì assoluto, che vorrei sottolineare dopo questo sproloquio: la degustazione di un vino è atto conoscitivo. Ma ancora più è un atto piacevole, di vita, possibilmente aggregativo e fonte di gioia. E questo, soprattutto chi come me scrive con la speranza di essere letto, ha il dovere di non dimenticarlo mai e di non prendersi troppo sul serio….

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