Vino alimento – vino edonistico

Questo post è lì fermo nelle bozze da circa un anno. Non sono mai stato particolarmente convito nel pubblicarlo, perchè mi sembra di dire delle banalità. Però il fattore che mi spinge a pubblicarlo è più che altro un monito a me stesso, affinchè non si dimentichi che l’oggetto del mio “scrivere”, il vino, ha tanti aspetti e sfaccettature. Perchè de-gustando si guarda la pagliuzza, dimenticando il trave. O si guarda il dito e non la luna.
Autocritica? Forse.
Tutto nasce nell’estate del 2009 in cui trascorsi lungo tempo in montagna nella casa dei miei suoceri a dare una mano per riparare i danni che le grandi nevicate dell’inverno precedente avevano procurato. Sono stato con mio suocero ed i miei cognati. Il vino, rosso, principalmente Barbera, Dolcetto o Bonarda era un accompagnamento fisso dei pranzi e liquido corroborante (uso questa espressione appositamente) nel corso della giornata, durante i momenti in cui ci prendeva delle pause dal lavoro. Sia chiaro: nessuna etichetta, nessun produttore. Bottiglioni da 2 litri (il “dubbi“, il doppio litro in dialetto) acquistati dal più celebre imbottigliatore della zona. Vini che, per quanto differenti mostravano principalmente acidità media, residuo zuccherino evidente, molto fruttati e leggeri (o quasi) dal punto di vista alcolico. Vino alimento, come ho scritto nel titolo del post: vino che doveva dare energia (zuccheri), piacevolezza (frutto) e acidità (per digerire) e che non doveva ubriacare (alcool medio: certo, se ti bevi 4 o 5 bicchieri di fila li senti tutti nelle gambe). Elemento importante il bicchiere: non troppo grosso, al massimo due sorsate. Non di più. E visto il caldo, nonostante l’altitudine, bottiglione sempre nella fontana, al fresco.
Verso la fine di quei giorni decisi di aprire alcuen bottiglie che avevo portato da casa. In questo discorso non ha importanza quale vino fosse, quale produttore. Posso dire che erano bottiglie con un paio di anni sulle spalle, alcune con passaggio in legno, alcune abbastanza complesse. Nessun vino di particolare pregio, nessuna bottiglia ricercata. Buoni vini in media, almeno per i miei gusti. Un giorno a pranzo, con una di queste bottiglie aperte, mio suocero mi domandò cosa fosse. Ricordo che a me quel vino piaceva moltissimo: lui mi disse, senza tanti giri di parole, che a lui non piaceva perchè era troppo forte e si sentiva, testualmente “troppo poco l’uva”. E andò a prendersi il suo bottiglione e continuò a bere quello. Io incassai. Nei giorni successivi la scena si ripetè: vino “dei miei” contro il “suo”. E lui continuava a preferire il suo. Ok, ci sta il fattore abitudine, ci sta che magari io abbia sopravvalutato le bottiglie che avevo portato.
Però un dato è certo: il vino di cui parlo, di cui vado alla ricerca è un qualcosa che appartiene ad una sfera di pubblico limitato e ristretto. La maggior parte delle persone bevono quella tipologia di vino; oppure lo prendono al supermercato scegliendo in base al costo e alla convenienza. Ossia scelgono il vino in tetrapack. Che, detto tra di noi, una volta assaggiato non si può certamente accusare di essere cattivo. E’ corretto. Punto, senza se e senza ma. Può piacere o non piacere, ma non si può dire che sia completamente negativo. Certo, se cerchi l’emozione o l’imperfezione non lo trovi lì.
Tutto questo per dire cosa? Che spesso dimentichiamo che chi beve il vino lo fa per abitudine o per questioni alimentari. Il vino “edonistico” dove facciamo tanto i bravi con cinquemila descrittori è un fenomeno per pochi. E spesso, questi pochi, vengono quasi sbeffeggiati.
Comi mi ha scritto in privato un produttore possiamo dire tutto quello che vogliamo. Ma alla fine, memento, è solo e semplice vino. E tutto il resto non conta.
Personalmente continuerò a ficcare il naso nel bicchiere, cercando i sentori e provando a raccontarli come sono capace. Perchè mi piace e perchè mi diverte.
Ma forse è giunto il momento di uscire dalla nostra torre d’avorio ed avvicinarsi a quel “pubblico” che vede nel vino “del semplice vino”. Non conosco in pratica la strada da affrontare. Però è un passo da fare.
Forse in questo modo riusciremo a mettere in contatto mondi così differenti, provando a dialogare in qualche modo.

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