Dolcetto di Dogliani Superiore Bricco Botti – Verticale 1995/2001 – Azienda Agricola Pecchenino

Orlando Pecchenino, ossia il signore che vedete nella foto qui accanto, è il padrone di casa di #dogliani. Padrone di casa in quanto presidente dei produttori e che quindi ha fortemente voluto questo evento, ospitandoci a casa sua nella prima cena e mettendo in gioco moltissime delle sue bottiglie d’antan. Prima di procedere in maniera analitica è d’obbligo sottolineare come ci sia una continuità qualitativa impressionante nonostante nel tempo possano essere cambiate metodologie produttive, passaggio da barrique a legno grosso. Come si dice in gergo, “il manico” del produttore emerge comunque, in maniera ottimale: c’è un fil rouge, una nota stilistica inconfondibile.

E ora proviamo a raccontare questa mini verticale.

1995: unico vino di questa annata, ossia nessun altro produttore ha osato tanto. Prima annata di produzione, si presenta con un colore abbastanza integro, unghia granato, anche se l’impressione è quello di un vino stanco. Il naso è chiuso inizialmente, poi si apre verso sentori di frutta cotta e qualche nota balsamica. L’idea di stanchezza è un po’ confermata anche da questi profumi un po’ deboli. E anche in bocca denota qualche primo cedimento, pur avendo ancora freschezza e tannini abbastanza rotondi. L’alcool è abbastanza “scarico” e tende ad essere un po’ seduto. Forse, ma questo è il mio pensiero, si avvia verso il tramonto.

1996: se l’annata precedente dava segni di stanchezza, qui non c’è nessuna incertezza. Il vino è bello vivo e vegeto, ancora scalpitante e piacevole. Il colore presenta le note granate del precedente, ma la luminosità è molto diversa, più accesa e viva. Al naso predominano le note di cioccolato e di frutta cotta. Se proprio vogliamo trovare un difetto marca leggermente il legno… ma non esageriamo. Il profilo olfattivo è decisamente bello ed affascinante. In bocca l’acidità è ancora notevole, l’alcool è perfettamente integrato e il tannino, seppur polveroso, ancora astringente. Discreta morbidezza, resiste ancora senza colpo ferire.

1997: forse quello che più mi ha entusiasmato. Color rubino pieno, senza nessuna concessione a “rughe dovute al tempo”. Al naso, inizialmente un po’ chiuso e “polveroso”, viene fuori prepotentemente con il passare dei minuti e predominano le spezie dolci, la frutta cotta e una nota balsamica molto piacevole. In bocca mantiene la freschezza intatta e vivissima, i tannini sono rugosi ma vivi, astringenti. Morbido, si lascia bere con una semplicità quasi imbarazzante: non mi vergogno ad ammettere che è stato uno dei pochi vini (dei 34 testati) che non ho versato ed ho finito con enorme soddisfazione.

1998: pur mantenendo la nota stilistica, paga qualcosa in termini di eleganza. O più semplicemente, dopo la performance del 1997, è inevitabile avere una certa “delusione”. Al naso è molto più speziato, il legno più marcato e non si ritrova l’eleganza degli altri vini. In bocca è molto più potente, quasi scomposto verrebbe da dire, con acidità elevata e tannini ruvidi.

2000: ritorna l’eleganza e la piacevolezza che nel 1998 si era faticato a trovare. L’unica nota di difetto è un legno un po’ troppo marcato. Ma le sensazioni speziate e di frutta cotta, questa volta, per la prima volta, sono accompagnate da un sentore floreale ancora abbastanza vivo (viola) e un ricordo erbaceo, quello che forse nelle precedenti annate si è interpretato come balsamico. Pur avendo 10 anni sulle spalle dimostra una certa giovinezza. Ed infatti, in bocca il tannino è molto vivo, la freschezza marcata. Equilibrio in divenire, ma vino davvero interessante.

2001: e se qualcuno aveva ancora dei dubbi sul fatto che i vini di Pecchenino necessitino di tempo per dare il meglio di sè, questo assaggio è la riprova che l’equilibrio e la morbidezza sono mete ancora lontane dal raggiungersi. Si ritrovano le spezie e la frutta, nuovamente quella nota verde abbastanza marcata e un legno abbastanza importante. Ma all’assaggio dimostra l’assoluto sbilanciamento sulle durezze e la poca morbidezza. Un equilibrio che raggiungerà nel tempo, visti i campioni precedenti.

In conclusione posso dire che la verticale ha messo bene in luce il fatto che il tempo è davvero “signore” nei confronti di questi vini. E che, come detto sopra, la mano del produttore si sente, con una continuità ed una regolarità impressionante. Se posso permettermi, farei un paragone calcistico: qui ci troviamo di fronte ad un Platini, un numero 10, un fuoriclasse con grande testa ed intelligenza. E nella prossima verticale lo “contrapporremo” ad un altro grandissimo numero 10, Diego Armando Maradona, genio e sregolatezza. Due stili differenti, per arrivare al medesimo risultato: la vittoria della piacevolezza del Dogliani.

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