Vdt Rosso Le Marcone 2006 – Cinque Campi

Ci sono vini che raccontano delle favole. Non nel senso negativo, anzi. E’ come quando un bimbo chiede al proprio genitore di raccontargli una favola. Chi per rassicurarsi, chi per vivere qualche istante in luoghi della fantasia. Luoghi altéri. E questo vino, come detto nell’incipit, racconta la favola di un bosco e di folletti. Un bosco in cui all’inizio magari fai fatica ad orientarti talmente è fitto, ma poi arrivano questi piccoli esseri e ti conducono per mano in un luogo meraviglioso e diverso. Non è il bosco del lupo cattivo (per cui ho sempre fatto il tifo in cuor mio [ndr]): è il bosco della fantasia.
Ok, ho voluto esagerare i termini ed i paragoni (forse). Ma questo è un vino della terra, un vino generoso e contadino, un vino che ricorda veramente il bosco, con le sue bellezze e le sue asprezze. Un vino che merita l’accostamento a un brano musicale che fu la colonna sonora, anzi il manifesto, della mia adolescenza: A forest, The Cure.
Le Marcore 2006 di Cinque Campi (azienda rigorosissimamente bio di cui avevo già parlato a proposito del suo Vino da Tavola Cinquecampi Rosso 2007) è un blend di Malbo Gentile, Cabernet Sauvignon e Marzemino. Un vino da degustare lentamente. Da sentire e risentire più volte con il passare dei minuti. Cangiante e spiazzante, ricco di materia, carnoso, quasi ematico: già il colore è carico e profondo, quasi macchia il bicchiere, proprio come i vini del contadino. Talmente carico nel colore che ricorda, per tornare al paragone iniziale, al bosco, a quel momento in cui gli occhi non sono ancora abituati alla penombra e tutto sembra buio.
Al naso parte con un sentore evidente di terra, muschio, humus: nessuna puzza, sia chiaro. Sono sentori, anzi, molto piacevoli: a quanti di voi è capitato di camminare in un bosco subito dopo la pioggia? Ecco, chi lo ha fatto può capire, i profumi sono quelli. Poi stando lì nel bicchiere emergono i frutti rossi, il lampone ed il ribes, ricordo leggero di qualche spezia leggermente amara (tipo la china ed il rabarbaro). E poi sul finire una, si può dire?, mineralità che ti spiazza. Complessità olfattiva notevole, di grande carattere e spessore. Però ecco che arrivano i folletti: in bocca è sì tannico, è sì sapido, è sì acido. Ma è anche morbido ed elegante, quasi rassicurante. I folletti arrivano e ti prendono per mano e ti fanno capire che questo vino, austero e complesso al naso, è il frutto della terra e va bevuto, senza troppi indugi. Ritorna il sentore di terra in bocca, quel senso di ematico e di carnosità. C’è il frutto, quasi da masticare. Corrispondenza naso bocca impressionante, seppur, per fortuna (dico io) non c’è né la nota chinata nè alcuna nota amara. Anzi, è una bevuta che scorre piacevole, seppure mai banale. Lungo lunghissimo, i tannini levigati lavorano a lungo e i sentori cambiano rapidamente in bocca. Bello, bellissimo, non scontato.
Un vino di fronte a cui mi inchino per la complessità ed il fascino ma anche per la beva mai troppo scontrosa o difficile.
E mi faccio condurre ben volentieri nel bosco dei folletti….

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