Barbaresco Docg Riserva Rabaja 2004 – Produttori del Barbaresco

Inutile girarci intorno. Se desidero bere bene e con soddisfazione punto sul Barbaresco. Mi piace, è un vino nelle mie corde. E se devo guardare al portafoglio, scelgo questa cantina. Perché il rapporto qualità prezzo di questo vino è davvero notevole. 30 euro in un ristorante che si può considerare uno dei punti di forza della ristorazione canavesana è sicuramente un punto di partenza notevole.
Parte lento, in sordina, quasi infastidito dal disturbo che gli procura tirando fuori il tappo. Un vino che avrebbe bisogno di tempo, tanto tempo… ma che alla fine ha il suo “sporco” perchè, anche se assaggiato senza tutte le dovute precauzione del caso e senza il tempo necessario e doveroso per goderne al meglio.
Colore ancora carico, rubino pieno, nessuno riflesso granato, come invece mi sarei aspettato da un vino di 6 anni. L’idea che regala subito, fin dal primo suo essere versato, è quello di un vino giovane.
Ed infatti è restio a darsi: qualche ricordo di frutta sotto spirito, pungenza di alcool, mineralità e sentori erbacei. Duro, durissimo, un cazzotto all’inizio. Ecco, un vino incazzato, se mi si perdona il termine. Un vino non facile, ma una piccola “sfida”. Saperlo accettare: o meglio, aspettare. Perchè una volta che si ha la pazienza di aspettarlo, regala emozione. La spezia dolce, la cannella, la spezia piccante, il pepe, il frutto maturo, la marasca, un leggero ricordo minerale, la pienezza, la compattezza, i sentori di terra, di sottobosco, di funghi. La potenza del nebbiolo che invecchia e continua a resistere all’invecchiamento, il suo non volersi concedere ma allo stesso tempo aprirsi verso mondi nuovi e da esplorare. Anche una leggera nota stonata, se proprio la si vuol dire tutta, quasi di sporco: magari una botte, magari un tralcio non perfetto, magari un raspo è in qualche modo sfuggito. Ma anche il “difetto” (o presunto tale) sfugge dopo un po’ di minuti. Si allontana, facendosi dimenticare in fretta.
In bocca, all’assaggio iniziale, è totalmente, completamente e assolutamente sbilanciato su durezze e tannini. Anzi, il tannino è selvaggio, selvatico, tira la bocca: e l’acidità è notevole, “l’è brusch” si direbbe in piemontese, proprio per indicare una pungenza dovuta all’acidità e all’alcool che la fanno da padrone. Scordatevi, o voi che osate, qualche morbidezza, almeno all’inizio. Ma poi, con il passare dei minuti, rallenta e cala il suo essere imbizzarrito. Sembra quasi che si quieti di colpo: ecco, il cavallo imbizzarrito ed incazzato dell’inizio si rende mansueto e si fa bere in maniera assolutamente piacevole. Restando sempre sbilanciato sulle durezze, ma meno rigido, meno “formale”. Meno cattivo, insomma. E ad ogni sorso aumenta la piacevolezza, la voglia di un altro assaggio. Ha una persistenza davvero notevole, dura in bocca, con una bellissima corrispondenza naso bocca proprio in linea con i sentori di sottobosco. Ed abbinato al tartufo, splendidamente e sapientemente dosato, regala emozioni a dir poco notevoli.
Un vino da andare ad acquistare di corsa e dimenticare in cantina per i prossimi 5/6 anni. Allora, con una cena analoga ne riparleremo. E sono certo che darà una sorpresa indimenticabile.
Perchè le premesse sono davvero grandiose e notevoli.
Ecco un altro gran bel vino….. chapeau 🙂

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