Brunello di Montalcino Docg 1996 – Fattoria dei Barbi

Ci sono bottiglie che ti vengono regalate e che lasci lì e ti continui a ripetere che ci sarà l’occasione giusta e le persone giuste con cui berla. Poi, per come sono fatto io, trovo più divertente esplorare e conoscere nuove realtà e quindi questa tipologia di bottiglia “resta destinato” nel confortevole angolo delle “grandi bottiglie” che vado spesso a salutare. Ma la cui stappattura continua ad essere rimandata.
Bene questo Brunello di Montalcino 1996 de la Fattoria dei Barbi mi fu regalato sul finire del 2001 da dei colleghi di lavoro in vista della conclusione della prima importante collaborazione professionale, conclusione che apriva un periodo di grossi cambiamenti ed incertezze. E visto che a quasi 10 anni di distanza la situazione che sto vivendo è nuovamente di grande cambiamento ed incertezza e che proprio oggi si discuteva con Vittorio di quanto attendere un vino, oggi pomeriggio ho preso il coraggio a 4 mani e sono sceso in cantina ed ho prelevato questa bottiglia.
L’ho stappata, notando con grande gioia un tappo perfettamente integro, decantata, cosa che faccio raramente, reputando tale gesto molto scenografico ma il più delle volte superfluo: però ho voluto omaggiare al meglio questo vino, questo prezioso nettare. Perchè di questo si è trattato: una delle bevute più emozionanti e convincenti di questo anno. Forse in assoluto, volendo esagerare.
Il colore è inizialmente cupo, poi tende a prendere note più luminose: passa dal rubino carico al granato pieno sull’unghia. Il primo naso, a bicchiere fermo, è interlocutorio, non molto espressivo o potente. Ma dopo 3 ore di aria nel decanter la situazione si rovescia ed assume connotati splendidi: parte con sentori fruttati, di frutti di bosco e ciliegie sotto spirito per poi virare velocemente sulle spezie come il chiodo di garofano (nota del 26/12: chi conosce meglio di me il Brunello mi suggerisce che il chiodo di garofano è difficilmente riscontrabile in questo vino. Prendo atto e cancello, non ho problemi ad ammettere un probabile errore). Ma poi arriva la terra, i profumi del sottobosco, l’humus per cambiare e giungere su note quasi ematiche e carnose: insomma, “parla” una lingua molto complessa, una lingua della terra, una lingua sanguigna, una lingua vera. Un vino vero, a 360°, che ti tira dentro il bicchiere e non ti molla più. Che ti entra nei recettori del naso, passa nel cervello per poter identificare i sentori ma poi va dritto al cuore e alla “pancia”, facendosi subito amare ed apprezzare.
In bocca, dopo averti già regalato emozione, si conferma ulteriormente: grandissima eleganza, tannino levigato ma vivo, sapidità e freschezza perfettamente integrate, alcool mai fuoi misura, morbido il giusto. Un vino pronto, un vino completo e splendido. Godibilissimo, e man mano che sta nel bicchiere evolve, regalando nuove emozioni e ampliando sempre più la propria struttura e piacevolezza. In bocca dura, dura, dura, dura…. i tannini continuano a tirare delicatamente il palato e i sentori carnosi e fruttati restano lì appesi, suadenti ed invitanti.
Insomma, mi sono fatto un bel regalo di Natale decidendo di aprire questa bottiglia: e di fronte a me c’è l’ultimo bicchiere. Terminato questo post mi metterò lì ascoltando questo… in silenzio e con la luce spenta perchè un vino che ti parla al cuore in questo modo non è cosa da tutti i giorni. E me lo voglio gustare fino in fondo, unendo le mie passioni, quella di un tempo, il pianoforte, e quella di oggi, il vino…….

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