Castello di Bruzolo – Vino del Trattato

Il trattato di Bruzolo venne redatto nel 1610 al Castello di Bruzolo, in Valle di Susa. Trattato tra Francia e regno Sabaudo rimasto poi per tante ragioni sulla carta e mai applicato. Ma non è tanto il discorso storico che mi interessa. Questa bottiglia va al di là del fatto del 1610. Il bello di questa bottiglia è la storia che c’è dietro, le persone che rendono possibile questo vino.
Chi mi ha fatto assaggiare questo vino è il figlio del “vigneron” (che in realtà era un maestro di scuola): è una persona legata alla mia sfera lavorativa, che non si occupa della vigna ma che è abituato a vedere il proprio babbo (ora affiancato da un altro figlio) nella produzione di questo vino: produzione che oramai si protrae da decenni, poichè quella famiglia si occupa di quelle vigne dal 1797. Addirittura, mi raccontava oggi, che una volta il nonno aveva i tini di fermentazione all’interno del castello: in una delle sale principali c’erano delle botole che si aprivano su questi tini dove venivano messi i chicchi separati rigorosamente a mano e poi pressati con particolari bastoni di vino… e per controllare la fermentazione il nonno si calava all’interno di queste “stanze” sotterranee con la lanterna e l’uccellino, come i minatori, per non rimanere “fregato” dalla CO2 che si sviluppa nel periodo fermentativo.
Vino casalingo (vero vino home-made, per usare un inglesismo che fa tanto figo ma che non rende l’idea), non rientra in alcuna doc, non sono neppure chiari i vitigni presenti (dolcetto, barbera, forse avanà, forse doux d’henry: insomma i vitigni tipici della Valle Susa). Non subisce alcun trattamento, nessuna filtrazione e probabilmente non viene utilizzato quasi nulla per la stabilizzazione. Solo uva e zucchero. Insomma, il vero vino del contadino. Infatti per stessa ammissione del suo “narratore” è un vino da bersi giovanissimo e che spesso e volentieri parte con spunti acetici importanti che permettono poi, con la “madre” giusta, di avere un aceto di eccellente qualità.
Il colore è rubino intenso e carico (sicuramente sono uve con molti antociani, ecco perchè ho pensato a barbera e dolcetto poichè Avanà e Doux d’Henry hanno colori più scarichi), dotato di bella brillantezza e pulizia ottima. Lieve, nel bicchiere (rigorosamente di carta :-), poichè bevuto ad un pranzo per il classico scambio degli auguri) scorre leggero leggero, non ha grandi consistenze. Al naso è tipicamente vinoso, qualche sentore floreale e fruttato (la marasca in primis) e un leggero ricordo dolciastro… lo zucchero, utilizzato per far partire la fermentazione, si percepisce. In bocca non è particolarmente complesso o corposo, stranamente giocato sulle morbidezze e con le durezze che faticano a venire fuori: ritorna il sentore leggermente dolciastro, non eccessivamente alcoolico, con una discreta acidità e una sapidità che resta sullo sfondo senza mai riuscire a stagliarsi completamente. Profilo tannico molto lieve, ma una buona “verticalità” e un durata più che discreta.
Insomma, per essere il vino fatto in casa, il vino del contadino (con tutto quello che ne consegue, compresi i difetti e il fatto che alla lunga potrebbe sembrare stucchevole), dimostra una piacevolezza (soprattutto nella beva) che lo hanno fatto preferire a bottiglie apparentemente più “blasonate”. Sono curioso di assaggiare l’annata nuova ma soprattutto sono curioso di conoscere personalmente il “papà” di questo vino per farmi raccontare qualcosa di più e magari scoprire qualche aneddoto significativo dal punto di vista storico e di come si faceva il vino una volta 🙂
E in questo caso, viva il vino del contadino che altro non è che un ritorno alle origini, a come una volta si faceva il vino, in maniera svincolata da ogni forma di marketing o similari. Insomma, un vino da bersi con gli amici, mangiando a pane e salame e raccontandosi, in maniera libera e semplice….

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