Pinot Bianco dell’Emilia IGT 2006 – Camillo Donati

Avete presente il film, forse di per sè un po’ sciocco, Point Break in cui si parla di surfisti e della ricerca dell’onda perfetta? Ecco, Camillo Donati è (forse) l’onda perfetta.
Esagero? Magari, forse, non lo so… diciamo che per me, nel mio piccolo e nella mia infinita ignoranza, l’onda perfetta, ossia l’equilbirio tra qualità espressività, emozione e prezzo, qui, raggiunge uno degli apici.
Insomma, l’onda perfetta (tautologico, lo so :-)).
E dopo la Barbera dell’Emilia IGT 2007 e il Lambrusco dell’Emilia IGT Il mio Lambrusco 2008 la ricerca dell’onda perfetta prosegue con questo complicatissimo ed affascinante Pinot Bianco dell’Emilia IGT 2006.
Tutt’altro che vino semplice: vino che dapprima delude, poi incuriosisce, poi si lascia bere amabilmente e senza riserve. Uno di quei vini che non va studiato: è lui che studia te. E’ lui che decise se, come e quando concedersi. E’ lui che decide se andare d’accordo con te o meno…
Primo: odia le basse temperature. Oddio, se lo avete messo in frigorifero, tiratelo immediatamente fuori e lasciatelo “scaldare”. Vino da servire assolutamente a temperatura ambiente. Freddo si nasconde, si chiude a riccio, non si mostra in alcun modo.
Poi guardatelo: colore che va dal giallo dorato passando per l’arancione fino ad arrivare al ramato. Leggermente torbido. Non è limpido, c’è una leggera velatura che dapprima lascia perplessi ed indisposti, se si è dei puristi rigidi. Ma cribbio, ma una luminosità ed una piacevolezza anche visiva da lasciare folgorati.
E che dire del profilo olfattivo? Se avete fatto l’errore di lasciarlo in frigorifero, non sentirete assolutamente nulla. Una volta che raggiunge la temperatura ideale ecco che si apre in maniera inaspettata ed affascinante: lieviti, fiori leggermente appassiti (biancospino e sentori di resina), frutta surmatura (pesca, susine), erbe officinali (timo e rosmarino al di sopra di tutto). La cosa che lascia più di stucco è il susseguirsi dei sentori, il sovrapporsi e il modificarsi nel corso del tempo. L’evoluzione, ciò che resta a bicchiere vuoto. Ma….
Ma il bicchiere resta vuoto per breve tempo: all’inizio della bottiglia, a temperatura bassa, spicca l’acidità e la sapidità. Morbidezza nulla, alcool non pervenuto, profilo tannico pari allo zero, zuccheri residui leggeri e un poco sgraziati. Diciamolo senza troppi peli sulla lingua: deludente e sgraziato.
Con l’innalzarsi della temperatura, però, poco alla volta arrivano tutte le parti mancanti. La bevuta si dimostra essere leggera e leggiadra, equilibrata addirittura. Anche gli zuccheri residui cedono il passo ad una tannicità “morbida” (è troppo ardua questa frase, troppo da degustatore montato? :-)) e in bocca la morbidezza e l’essere rotondo rendono la bevuta assolutamente piacevole.
Ecco. L’onda (quasi) perfetta, alla fine.
E a un certo punto, come nel film, l’onda si spezza e vieni inghiottito… nella piacevolezza e nella semplicità.
Nel film, non si capisce se il protagonista negativo(?) scappa o viene inghiottito dal mare. Ma non ha nessuna importanza. Ha cavalcato l’onda perfetta, la sua onda perfetta.
E questa bottiglia è una tra le tante onde perfette (un’altra che amo citare è il Cortese 2009 di Spertino). E mi lascio inghiottire ed avvolgere con assoluta gioia….

[E dedico questa bevuta all’amico Vittorio, che mi ha fatto dono di questo piccolo gioiello…]

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