Barbera d’Asti Docg L’Avvocata 2009 – Coppo

A questo post tengo particolarmente.
In primo luogo perché lo ha scritto un Amico, Emanuele Miroglio che ogni tanto compare nei commenti di questo blog come em. Ma al di là dell’amicizia che ci lega, questo post, sempre sull’onda della condivisione, è il primo vero post scritto da un non addetto ai lavori o un appassionato completamente al di fuori di tutti i social network. Ha un suo sito, ha un account su Flickr ma non è né su Twitter, né su Facebook. E da quanto ne so non è per nulla attirato da questi ambiti.
Lui è un grande appassionato della vita: è un curioso, nella vita è passato da fare l’elettricista nel mondo del cinema al ricercatore per alberi genealogici, dall’autista di autoambulanze al redattore in una casa editrice; ama la fotografia, scrive a mio parere molto bene, ha un animo artistico e sensibile. Ma fa un lavoro durissimo e concreto: l’infermiere, in un pronto soccorso, a contatto con la vita e la morte. A modo suo è un saggio. Per me è un Amico.

Ha scelto di raccontarci una barbera, suo grande amore assieme alla birra: l’Avvocata 2009 di Coppo. Ecco il suo racconto:

Questa volta ce l’ho fatta, e son riuscito a gustarmi l’Avvocata. Ma si sa, chi non assaggia di professione o quasi, sempre di corsa siamo, mai che si riesca a far quadrare il cerchio. E così, anche questa volta c’era qualche cosa che non andava, ovvero la temperatura. Tenuta in auto e sbatacchiata nel viaggio, speravo che almeno si riscaldasse insieme a me grazie a quella stufetta della mia auto e invece, complice l’infelice imballaggio che avevo predisposto, arriva in tavola fresca. Come una bibita. Cerco di rimediare, cincischio prima di servirla, ma la perfezione non è propria di questo assaggiatore in erba che vi scrive. Fredda quindi, a occhio 5 gradi in meno di quanto opportuno, e quindi al naso tutto molto accennato. Però mi colpisce il colore, mentre verso nel bicchiere, e spero che qualcuno a tavola se ne accorga, mi inorgoglisce questo colore, i 6 euri e novanta mi sembrano già ben spesi, già la conoscevo ‘sta Barbera Avvocata, e infatti l’ho presa apposta, e certo un bel colore doveva averlo anche l’ultima volta, ma conservavo più il ricordo del gusto che non del colore, e invece ora che la verso nel bicchiere s’increspa violacea, sono contento, perché penso che se quello è il suo colore, anche se fredda qualche cosa da dire avrà, questa Avvocata.
Prima di assaggiare, però, tolgo il turacciolo dal marchingegno che serve a cavarli, è un vizio, un’abitudine che ho, dopo avere stappato una bottiglia. Così, visto che ci sono, a tavola parlano d’altro, forse nessuno ahimé ha visto quel violaceo che mi fa sperare, mi trastullo col cavaturaccioli dell’ospite, più morbido di quello che ho a casa, e svito via il turacciolo di sughero. Lo trovo freddo, duro, bagnato di viola, e l’acre odore delle due sostanze mi fa temere ancora una volta per una figuraccia. Allora accelero l’assaggio, brucio i tempi, a dispetto di qualunque brindisi in cui vogliano tirarmi. Al riparo del gran vociare e delle ombre che sollevano quelle mani alzate a spostare piatti stoviglie e manicaretti, io prendo per mano il mio bicchiere e trattengo il respiro. Così, anche se poco al naso ci fosse stato (e poco c’era), non lo sento. E in bocca entra come tutte le bevande acquose fredde, il liquido freddo sembra cambiare di consistenza, non ritrovo quella sensazione vellutata che mi aspettavo e che ricordavo dall’ultimo assaggio, il vino era a temperatura ambiente allora, è invece qualche cosa di più compatto, chiuso fra la propria materia. Poi si scioglie. Mi scivola giù in fretta, e apprezzo sia come si modula in bocca sia come scorre in gola, e cosa lascia di sé, o cosa anticipa di ciò che seguirà.
Così mi rassicuro: l’Avvocata è ancora lei. E’ proprio quella dell’etichetta. Già, non vi ho parlato dell’etichetta, avrei dovuto. Comunque anche ora ci sta bene, forse anzi è meglio adesso, ora che ho introdotto le aspettative che avevo. E d’altra parte vengo a parlarne ora, adesso ricordo meglio, perché è stato in quel momento che sono ritornato a studiarne i contorni, dopo aver bevuto quel sorso, come se avendola ritrovata, l’Avvocata, ne avessi voluto incrociare lo sguardo, così ne ho girato l’etichetta verso di me, per osservarla. E mi è sembrata elegante, di un’eleganza che nasce dal tempo, dalla conoscenza, dalla fedeltà a un metodo. Non è qualche cosa di improvvisato, né un guizzo di genialità, né un’esplosione di fantasia. E’ invece qualche cosa che nella propria sobrietà esprime virtù. Poi a me ne piace la melodia, d’accordo.
Lo sa bene Faber, pardon Enofaber, che io di barbera ci vivo.
Birra e barbera, questi sono i miei gusti.
E se di birra ne mastico, di barbera ne bevo soltanto. Certo, da buon astigiano (d’origine e d’importazione) faccio occhiacci a quella d’Alba, per me la barbera è solo quella di qui, da dove scrivo. Mi piace la melodia semplice che mi accompagna a tavola, mi rassicura, e la uso anche per fare quello che forse chi abita la città vede soltanto più nelle sagre paesane, cioè immergerci gli agnolotti, e celebrarne il vino-alimento di cui Enofaber ci ha parlato qualche volta. Con la barbera io mi sento a casa. Però questa dell’Avvocata è una casa “alta”, di prestigio ma senza lustrini, è una casa ospitale ma che ci tiene alla forma, che non diventa alimento, tiene quella giusta distanza dal cibo, per diventarne accompagnamento senza mescolarsici. Lei rimane nel bicchiere, quello è il suo posto. Anzi, mi sorprendo a pensare che forse il bicchiere in cui sta riposando non è alla sua altezza…me lo immagino un poco più largo, un poco meno sferica, la coppa, un po’ più spigoloso ai fianchi… Mi rassicuro, assaggiandola, e mi ricordo che avevo promesso di parlarne qui sopra, così cerco di decifrare quello che sento. Ma sono pigro, e per di più sono goloso di sensazioni, e mi faccio prendere dall’atmosfera che c’è in tavola, dal calore dell’ambiente, dal cibo, dal gusto, dalla fame, e dal piacere che è un tutt’uno che mi dà questo bicchiere. Ecco, nonostante la confusione, qualcosa l’ho colto: prima di aprire, quando aperta, durante il pasto, e ancora quando ho voluto strafare a fine pasto e me ne son versato ancora un mezzo bicchiere, lei era rimasta se stessa, mi verrebbe da dire, di un corpo unico. Che poi è quello che mi piace di un vino, e soprattutto di una barbera.
Altro che dire? Sapidità, spalla alcolica, e via di questi termini e sottigliezze non sarei capace. Uso i termini della lingua comune, mescolando significati e suoni insieme, come facciamo quasi tutti, atrocemente modificando la nostra lingua, ogni giorno, inconsapevoli. In ordine sparso, quella sensazione di stringimento attorno alla lingua che ti danno i cachi, il grignolino soprattutto, e altri vini che non conosco, questa barbera te lo dà il giusto, senza esagerare, come quei passi di danza complicati, che ci sono ma risultano appena accennati e assolutamente naturali, se fatti da chi sa ballare veramente. Il bouquet di profumi (nel senso letterale e figurato del mazzo di fiori, rende l’idea) è contenuto quanto mi aspetto da un bicchiere di barbera, non è meraviglioso o stupefacente, ma neppure ottuso o ridondante o smorzato o confuso, forse vi sono barbere con al proprio interno dei sapori più definiti, o brillanti, o raffinati, ma sicuramente bevendo questa non mi viene da pensare a un confronto. Chiama cibo come sempre le mie barbere, ma anche in questo non eccede. Sa mantenere desta l’attenzione su se stessa. Sarà che sapevo di doverne scrivere, e quindi influenzato da questo pensiero quasi costante che forse ha distolto un poco di attenzione a ciò che circondava, però il bicchiere coi riflessi violacei è stato un compagno importante, a tavola. Un poco come nella cerimonia del tè, in cui mi sento più equilibrato e in armonia con quanto mi circonda mentre reggo con le dita la tazza fumante, qui la mia conversazione era più naturale, più gradevole e spensierata, fra un sorso e l’altro di questo vino. I maligni penseranno che mi sono ubriacato. No, neppure questo. Non riuscirei, con l’Avvocata. Tanto chiama alla sobrietà, e all’equilibrio. Insomma, servita fredda, aperta tardi, assaggiata ad una tavola di gozzoviglie, l’Avvocata si è difesa bene. Comunque.

[Quella degustata è del 2009, forse quella che avevo conosciuto precedentemente era un po’ meno bisbetica, 2007 forse. Mentre invio questo testo, mi passa per le mani veramente a proposito un opuscolo di Coppo, per curiosità vado a vedere cosa dice dell’Avvocata e scopro: 1) il nome viene dalla vecchia proprietà dei vigneti, avvocato donna; 2) l’opuscolo recit: “non bisogna vergognarsi della forza. Robur et salus, non è soltanto il nostro motto. Se la forza è accompagnata all’eleganza e alla ragione l’equilibrio è perfetto”. Così penso: qualcosa avevo capito.]

Che altro dire, se non grazie? Ecco, caro Ema… il 14 maggio 2011 a Nizza Monferrato ci sarà #barbera2… sarebbe bello che tu possa venire. Il tuo punto di vista sarebbe molto interessante, una voce al di fuori del coro, una voce del vero consumatore appassionato…

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