Faro Doc 2005 – Azienda Agricola Palari

E sempre all’insegna della condivisione, questa volta ho il piacere il sicilianissimo Massimo Lanza che ci parla di un vino e di una doc della sua terra, scarsamente conosciuta ed ingiustamente sottovalutata. Massimo è a mio parere una delle voci più interessanti per quanto riguarda la conoscenza dei vini del Sud Italia e quindi il suo contributo costituisce per me motivo di orgoglio e di approfondimento per aree che conosco veramente poco.

Ecco qui il racconto di Massimo:
Quando ho conosciuto Salvatore Geraci non sapevo nemmeno fosse anche un produttore di vino ed in effetti in quel periodo lo produceva si ma praticamente in clandestinità. All’epoca Salvatore era più conosciuto come architetto ed esponente di spicco del PLI partito che lo aveva più volte designato come assessore alla Provincia mentre io stavo sul fronte opposto al tempo seppur giovanissimo ero già un ex dirigente dello scomparso PCI rotolato malvolentieri tra i quadri del partito dell’immaginifico Occhetto. L’occasione per conoscersi fu appunto una campagna elettorale, la prima mi pare con i collegi uninominali, che vedeva Salvatore candidato per l’Ulivo al collegio sud di Messina mentre io ero stato spedito in quel collegio a coordinare la campagna elettorale del mio partito. Quindi capitava spesso di vederci in quel periodo e presto scoprimmo di avere delle passioni in comune, la prima comunque che venne fuori non fu quella per il vino e il buon cibo ma, complice una giacca molto simile, un’insana passione comune per le stoffe e le scarpe inglesi. Da li a capire che quel Geraci che scriveva ogni tanto per la rivista di Veronelli era lui il passo fu breve così come la scoperta di tante altre cose che ci accomunavano a cominciare appunto da cibo e vino. E fu proprio una di quelle sere che andando a cenare dopo un comizio in uno sperduto villaggio sulle colline peloritane che Salvatore tirò fuori, quasi timidamente dal bagagliaio dell’auto una scatola con delle bottiglie di vino. A tavola mentre osservavo le bottiglie, una senza etichetta, una bordolese anonima le altre due invece bottiglie importanti, borgognotte pesanti una delle quali un po più alta dell’altra. L’etichetta, praticamente uguale a quella odierna, non l’avevo mai vista, eppure già all’epoca di vino ne avevo bevuto, ma quello che mi incuriosiva di più era quella dicitura Faro doc , non mi risultava infatti che oltre ad uno che imbottigliava per la grande distribuzione e l’azienda agricola Bagni, oggi scomparsa, ci fossero altri produttori di questa storica doc siciliana risalente al lontano 1967. Assaggiando quei vini Salvatore mi racconto la storia di come era nato, e non per caso, il suo vino. In pratica capita che Veronelli venga in Sicilia per uno dei suoi giri enogastronomici e si fermi a Messina dove ovviamente conosce già Salvatore che gli fa provare il vino che da tempo immemore suo padre produce per casa nella vigna di famiglia. Veronelli dopo aver bevuto quel vino, chiede di vedere le vigne, poi dice a Salvatore che vigne così belle e un vino così meritino indubbiamente la bottiglia e che visto che la doc Faro si stava estinguendo lo convince a darsi da fare per salvarla. Lo mette in contatto con Donato Lanati enologo piemontese di fama che dopo aver sentito Veronelli si decide a collaborare al progetto di fare un Faro doc di grande livello e al tempo stesso contribuire a far si che questa storica doc non si estinguesse. Mentre mi raccontava tutto questo nel frattempo aveva stappato le bottiglie, quella anonima era il 1990 che come racconta spesso Salvatore era stato tappato a mano e con tappi comprati in ferramenta le altre, quelle etichettate erano del 1992, mi è capitato negli anni di assaggiare ancora quelle bottiglie ma ho sempre nitido il ricordo di quella sera. La prima impressione era quella di non avere un vino siciliano di fronte, il colore scarico, il corpo snello e scattante, l’acidità spiccata ma non invadente, il tannino fine e fitto ma non astringente, i profumi quasi eterei ricchi di spezie, un vino raffinato, elegante che mi rimandava più al nord Italia che alle colline messinesi. Un altro pianeta rispetto ai i vini siciliani dell’epoca che tolte poche eccezioni non brillavano certo in eleganza e leggerezza, anzi. Chiacchierando innanzi a quell’universo sconosciuto che mi si era aperto innanzi Salvatore mi raccontò di come Lanati dopo aver visitato le vigne lo avesse consigliato di non stravolgerne per nulla il metodo di conduzione, della difficoltà di coltivare la vigna ad alberello in una collina con una pendenza da brivido, dei problemi della doc Faro. Scoprii così che il 1990 assaggiato quella sera era la prima annata imbottigliata e che come le altre annate sino allora imbottigliate era stato in gran parte regalato agli amici, nonostante il fatto che tutti quelli del settore che lo avevano assaggiato lo spingessero verso la commercializzazione, che la doc faro rischiava la scomparsa per via dell’esiguo numero di produttori, ma soprattutto che le sue vigne guardavano lo Stretto da posizione privilegiata. Fu così che tra un bicchiere e l’altro prendemmo appuntamento per il giorno dopo per andare a vedere le vigne del Palari fregandocene bellamente della campagna elettorale. Confesso che se fosse ancora esistito il mio PCI probabilmente l’appuntamento l’avrei preso per il giorno successivo alle elezioni, pentendomene. Che spettacolo vigne a picco sullo Stretto dove si arriva solo con un fuoristrada, muretti a secco, ma soprattutto piante dai trent’anni in su filari singoli dove entrare solo con la zappa e durante la vendemmia al massimo con una cassetta, quella che adesso chiameremmo una vigna estrema ma che dalle nostre parti sino a qualche decennio fa era considerata assolutamente normale. Non mi stupì affatto l’anno dopo leggere la definizione che Veronelli aveva dato nella sua rubrica sull’Espresso a quel vino strepitoso pur sapendo che non era ancora in commercio. Il resto è storia recente il Faro Palari viene commercializzato nel 1995 e da allora mette d’accordo tutti, come si direbbe per un film, pubblico e critica. Bisogna dar atto a Salvatore di non aver mai snaturato il suo vino pensando al commerciale, la produzione negli anni è rimasta suppergiù la stessa a seconda delle annate, il suo secondo vino, una selezione di cantina è rimasto sempre quello e lui continua a divertirsi nella produzione e nella promozione della sua piccola azienda insieme al fratello Giampiero che si occupa della parte agronomica e della cantina. Credo che il Faro Palari sia indubbiamente uno dei vini più interessanti che si producano in Sicilia, nell’uvaggio troviamo una percentuale di circa il 50 % di Nerello Mascalese a cui si sommano in percentuale simile del Nerello Cappuccio e del Nocera, partecipano al blend per un 10/15 % altre varietà locali come Tignolino, Acitana, Core ‘e Pallumma e Galatena, tutto coltivato ad alberello nei vigneti dell’azienda che si affacciano sullo Stretto di Messina. Vino di carattere ha bisogno a mio avviso di almeno un paio di anni in bottiglia per essere apprezzato al meglio, personalmente credo che sia una bottiglia da aprire almeno dopo 4/5 anni dalla vendemmia per poi apprezzarne l’evoluzione negli anni a seguire, mi è capitato di bere anche annate lontane nel tempo e il Palari difficilmente mi ha deluso, credo comunque di poter collocare la sua fase ascendente in circa tre lustri a seconda dell’annata. Di recente ho bevuto il 2005 ed è di questo che voglio parlarvi.

Faro Palari 2005
Al bicchiere si presenta di un bel rubino brillante ma non intenso, anzi, piuttosto scarico ma ancora senza segni di cedimento al tempo. Al naso a venir fuori subito è la piccola frutta rossa, integra perfetta, che si somma al cardamomo, una costante il cardamomo nel Palari lo si incontra sempre, poi viene fuori la componente speziata, pepe bianco, cannella, chiodo di garofano, man mano che sosta nel bicchiere vengono fuori anche profumi floreali dolci come la zagara e la viola e comincia a venir fuori anche la componente minerale e qualche nota balsamica mentre si fa spazio il tabacco, se resistesse ancora nel bicchiere il bouquet di questo vino straordinario continuerebbe ad allargarsi, ricordo in un’altra occasione dei profumi che rimandavano alle erbe aromatiche e all’alloro sino alla resina e il caffè. In bocca l’attacco è fresco, l’acidità ancora maschia, il tannino di una finezza commovente, il frutto non ha cedimento alcuno, si apre bene al palato, lo avvolge, lo carezza, scivola setoso sino in fondo alla gola lasciando dietro di se un bel ricordo di frutta e spezie molto persistente. Un gran bel vino da bere da qui ai prossimi 10 anni almeno!

Ecco, questo è un racconto che mischia terra, storia, esperienze personali, impressioni sulle persone e note di degustazione. Cosa potevo chiedere di più??
Grazie, Massimo 🙂

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