Vigna della Regina #vdr

Cosa si nasconde dietro l’acronimo VDR? Oltre ad essere un simbolo (o hashtag di twitter) indica Villa della Regina. O se volete Vigna della Regina.
Sapete, io ho un amore viscerale per Torino. Oltre ad averci abitato per lungo tempo, mi sono divertito a percorrerla in lungo e in largo, cercando la sua “magia”. Sopra Villa della Regina c’è uno dei luoghi considerati magici in senso assoluto, Villa Genero: chi dice magia bianca, chi dice magia nera. E’ comunque un posto che non lascia indifferenti. Ed è un luogo in cui ho passato tantissime ore della mia (tarda) adolescenza. E quindi si passava davanti a questa stupenda Villa della Regina, in disuso e in balia della natura e del tempo. E dentro di me mi chiedevo il senso di tanto spreco.
Ieri, al primo appuntamento della presentazione del vino di Villa della Regina, vino prodotto nel territorio comunale della città di Torino, alcune mie domande hanno trovato risposta. E per un attimo, entrando in quella sala, penso di aver patito della sindrome di Stendahl. Un luogo magico, che trasuda eleganza e antichi fasti. Trasuda magia. E poesia.
Le persone che dal 1994 ad oggi hanno riportato alla luce (in senso letterale) tutto questo devono per forza avere in sé una scintilla magica. Un luogo splendido… Le informazioni più accurate le potete trovare sul tumblr di Vittorio Rusinà (aka Tirebouchon), sul La Stampa, su La Repubblica e sul sito di Vincenzo Reda.
Io la racconto a modo mio, giocando più sull’emozione: già ho detto del luogo. Parliamo per un attimo del concetto di vino prodotto in città, nella mia città. Freisa, in prevalenza e poi barbera, bonarda, carry, grisa roussa, neretto duro e balaran (vitigni rari). Un recupero di una cultura che fino a metà 1800 vedeva nella viticoltura uno dei pilastri dell’economia rurale. E non per niente a fianco dei vigneti ci sono gli orti. Potrei raccontarvela, snocciolare dati. Ma vi posso assicurare che stare in compagnia di chi ha riportato alla vita tutto ciò, l’arch. Federico Fontana, il sentire i suoi racconti, il vedere i suoi occhi illuminarsi di fronte a tale recupero valgono molto più di mille parole.
E sentire Francesco e Luca Balbiano che ti parlano del Vino Rosso Vigna della Regina, dei dubbi, delle incertezze e della soddisfazione di quello che sarà il vino, è davvero uno spettacolo.
Perchè tutto questo è un progetto: che va oltre il vino, l’architettura, il restauro, la botanica ed il senso estetico. E’ un progetto in cui la vita si riappropria di uno spazio che l’incuria e l’ignoranza umana aveva lasciato andare. Immemore. Perchè spesso dimentichiamo che noi siamo frutto della storia che ci precede. E se non conosci la tua storia non sai da dove vieni e non comprendi il tuo presente. E non hai nessuna indicazione per un ipotetico indirizzamento del futuro. Ecco, riscoprire che anche in una città come Torino si può fare del vino riporta questa città ad una dimensione dimenticata che comunque l’ha resa grande, prima dell’avvento della grande industria che tanto ha dato ma che allo stesso tempo tanto ha ingrigito.
Signori, non dimentichiamolo, ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
E non dimentichiamo, soprattutto, che tutto partì da qui, da Torino.
Mi piace pensare che questo vino, il vino della città di Torino, possa essere il simbolo di una rinascita di un paese che ogni giorno di più pare essere allo sbando.
Per le rinascite certe volte bisogna essere dei folli visionari coraggiosi. Fontana, i Balbiano, la Sopintendenza sono stati dei folli coraggiosi e visionari. Hanno creduto laddove tutti dicevano di lasciare perdere. Hanno creato, distrutto e ricreato. Ed ora la vita torna a pulsare nelle viti e tra le pareti di Villa della Regina…..

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