Torgiano Rosso Riserva Vigna Monticchio 1992 – Lungarotti

Omaggio ad un Amico che mi ha donato questa bottiglia: Jacopo Cossater
Caro Jacopo,
senza volerlo mi hai riportato indietro ad uno degli anni più bui che ricordi nella mia vita. Neodiciottenne assistetti al disgregarsi della mia famiglia di origine, ebbi la maturità che si rivelò essere disastrosa, iniziai un percorso universitario in giurisprudenza che abbandonai dopo pochi mesi, fu l’ultimo anno in cui posai le dita sul pianoforte e poi decidetti di smettere di colpo di suonare; delusioni di un amorose di un adolescente molto ingenuo, amicizie che crollarono come un castello di carte. Solitudine ed insicurezze, molte delle quali sono ancora radicate in me.
Ma con il senno del poi fu un anno di grande crescita, di evoluzione. Purtroppo, ancorati e pietrificati in un concetto cristiano in cui la vita non può essere che dolore in attesa di chissà quale evento, la nostra crescita si basa spesso su eventi dolorosi e/o traumatici. Facci caso, mai ricordiamo i nostri successi: rimaniamo ancorati ai nostri insuccessi e ce li portiamo attaccati addosso come macigni. Per giorni, mesi, anni, talvolta per tutta la vita.
Bene, questo Torgiano Rosso Riserva Vigna Monticchio 1992 (Sangiovese e Cannaiolo) della Lungarotti ha riscattato per una sera quell’annata nera, rimettendo sotto luce nuova ricordi ed emozioni. Facendo riflettere su un momento altrettanto particolare e difficile che sto vivendo in questo momento. E facendomi capire che tutto, anche un vino di 19 anni, può regalare nuove emozioni e nuove speranze.
Purtroppo, per i motivi che ho già detto in passato, non sono riuscito a mettere l’etichetta originaria della bottiglia, che era giocata su tonalità viola e bianco, molto differente da quella attuale.
Il colore è ancora rubino, profondo, luminosissimo ma impenetrabile, grandissima concentrazione materica. Nessun accenno al granato o al mattonato, allo sguardo non avresti mai detto che era un vino di 19 anni. Al naso, almeno all’inizio, qualche sospetto poteva darlo. Partito con note smaltate e chiuse, si è poi aperto, con il passare dei minuti in maniera folgorante e magnifica, con una complessità enorme: note animali, di cuoio, sensazioni ematiche, un ricordo di affumicato, l’odore della carne, della materia, poi sentori balsamici, liquirizia, prugna, frutta sotto spirito, un ricordo di genziana, il profumo che regnava nella casa delle nonna materna, nel salotto, la stanza buona dove non si poteva giocare. Quelle note dolci che si avvicinavano a quelle candele con sentori di cannella e altre spezie. Una complessità e un’infinità di profumi che facevano volare la mente lontano, in un continuo rimbalzo tra bicchiere e naso, presente e passato.
Ed in bocca era integro, splendido, pieno: una bevuta che scendeva lenta e scaldava il cuore, i polmoni, lo stomaco e arrivava direttamente al cervello. Ti pervadeva con la sua potenza e la sua eleganza, ti avvolgeva: ad un certo punto ho capito Ulisse ed il canto delle Sirene… ho capito che questo è uno di quei vini che regalano emozioni, ma che non riesco a tramutare in parole. Non ti nascondo che è persino scesa una lacrima, talmente bella, intensa ed avvolgente è stata questa bevuta. Mi ha fatto sentire abbracciato. E ha scaldato una serata in cui la solitudine regnava indiscussa, mettendola in discussione e allontanandola.
Sono contento che sia stato tu a donarmi questa bottiglia: sei forse uno dei pochi Amici (e la A maiuscola non è un errore di digitazione) che ho scoperto in questo mondo digitale del vino. E sei, questo già lo sai, una delle persone che più stimo nell’ambito enoico italico. Hai riscattato un annus horribilis e nonostante i 500 km di distanza mi hai tenuto compagnia in una fredda serata di marzo, regalandomi emozioni e pensieri, come spesso accade con i tuoi scritti.
Grazie per lo splendido dono. Grazie per tutte queste emozioni.

EnoFaber

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