Ravenna rosso IGT Burson di Burson Etichetta nera 2006 – A. Agr. Daniele Longanesi

Discalimer: degustazione di Riccardo Avenia. Sempre nell’ottica della condivisione.
Era già da un po’ di tempo che avevo promesso questa degustazione all’amico Enofaber per la sua rubrica sulla “Condivisione“, che trovo molto interessante e stimolante, alla quale, con grande onore, porto il mio piccolo contributo parlando di alcuni prodotti della mia regione, l’Emilia Romagna.

Chi ha detto che in pianura non si producono vini di qualità?”. È proprio così che si legge entrando nel sito di Daniele Longanesi e dopo questo assaggio condivido questa frase pienamente.

L’uva Longanesi è così chiamata in onore di Antonio Longanesi, il quale nei primi anni ’20 acquistò l’attuale proprietà in località Boncellino, piccolo paese alle porte di Bagnacavallo in provincia di Ravenna. Si narra che qui, ai margini del bosco, abbracciata ad una quercia trovò una vecchia e robusta vite che sembrava non appartenere a nessun vitigno localmente coltivato. Dopo alcune vinificazioni solo ad uso familiare, fu nei primi anni ’50 che fu deciso di piantare il primo vigneto di uva Longanesi. Facendo poi analizzare il vitigno presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, si ebbe la conferma che esso non apparteneva a nessuna varietà già esistente e così dopo alcuni tentativi, finalmente nel 1999 venne iscritto all’albo dei vigneti col numero 357 come Uva Longanesi, come viene riportato anche qui e qui. Il termine “Burson” invece proviene dall’antico soprannome con cui veniva chiamata appunto la famiglia Longanesi.

Il Burson solitamente viene prodotto in due versioni così nominate: Etichetta blu, versione che contraddistingue generalmente un vino più semplice, ma non per questo meno buono, ed etichetta nera, solitamente più importante e strutturata come appunto in questo caso. Ma veniamo alla mia degustazione.

Il vino scende nel calice in modo vivo e limpido, il colore è un impenetrabile rosso rubino scuro, quasi nero dall’unghia tendente al viola. Grande concentrazione e consistenza.

Al naso è una esplosione di frutta sotto spirito, marasca, ciliegie o forse dolcissimi duroni, more e frutta del bosco che piacevolmente mi conquistano. “Amaroneggiante”, balsamico con spezie tostate, note di tabacco, vaniglia e cioccolato. Ancora sentori vegetali ed una leggera nota eterea, come da smalto. Vino di sicura intensità e finezza. Il rovere di maturazione è presente al naso, ma non fastidioso o sovrastante, anzi è ben inserito nella polpa. Tengo a dirlo non essendo un amante del legno piccolo, che tuttavia come in questo caso, se ben usato regala prodotti di ottimo livello.

Il sorso è deciso e caldo, in bocca troviamo tutto quello che sentivamo al naso, i suoi 15 gradi non si avvertono eccessivamente, ben supportati da una spalla acida, fresca e dalla giusta morbidezza donatagli dall’appassimento. Paga purtroppo un piccolo scotto di gioventù, dovuto ad un tannino ancora giovane e scalpitante, che tuttavia potendolo abbinare ad un piatto di grande untuosità sicuramente verrebbe attenuato. Deglutendo resta a lungo il suo frutto dolce e concentrato, seguito dal tannino che nuovamente ritorna e domina.

Tenendo presente che è un vitigno coltivato in pianura, questa bevuta mi ha letteralmente sbalordito per la sua qualità. Per ora in vino è ancora spostato sulle durezze, ma il futuro mi fa ben presagire. Complimenti quindi alla famiglia Longanesi per i suoi vini e per aver salvato questo vitigno che con gioia posso annoverare fra gli autoctoni.

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