Valle d’Aosta Doc Nus Malvoisie 2004 – Crotta di Vegneron

Disclaimer: bottiglia acquistata dal produttore. Non trovo più lo scontrino e non ricordo il prezzo
E chi lo avrebbe mai detto che un bianco valdostano, per di più una Malvasia (errata corrige: come mi ha detto al telefono Gianluca Telloli è un Pinot Gris… che errore madornale…), potesse durare così tanto nel tempo e soprattutto con questo tipo di tenuta e di soddisfazione?
Bene, qui ci troviamo di nuovo ad un vino “a tutto tondo“: affascinante alla vista, seducente al naso, struggente all’assaggio. Uno di quei vini che non vorresti mai che finissero, uno di quelli che vorresti lasciare lì nel bicchiere per assaporarlo lentamente: ma è impossibile perchè la beva è talmente convincente e “facile” che termina rapidamente. Bellissimo colore oro, brillante, con una leggera unghia che tende a virare verso l’ambrato. Ma è la sola vera concessione che fa ai suoi 7 anni di vita: versarlo nel bicchiere ti fa capire quanta materia e sostanza ci sia, perchè scende lento e quieto e nel bicchiere, una volta fatto girare un paio di volte, si appende alle pareti del vetro e sembra quasi non si voglia staccare. Il naso è dotato di una ricchezza enorme: parte con i sentori di frutta molto matura, che per certi versi potrebbero quasi somigliare a quelli di un passito. Poi il sentore di miele, non particolarmente intenso, ma che dona una nota dolce. Ed infine, a sorpresa, dopo parecchi minuti, ecco arrivare il fieno e i sentori di fiori, la camomilla, il biancospino. Ovvio, non hanno la fragranza giovanilistica, ma sono più complessi, rotondi e si mostrano con ritrosia.
Ma l’assaggio è quello che regala l’emozione più grande, struggente come detto prima: perchè c’è la montagna, con la sua “mineralità” e durezza, la sua acidità, il suo essere impervio. E poi all’improvviso, come se si salisse verso Cogne per quella vallata strettissima e scoscesa, ecco il pianoro di Sant’Orso, che qui è rappresentato dalla morbidezza, da una “dolcezza” che non è tanto un aspetto sensoriale, frutto di residuo zuccherino, ma è qualcosa di più “intellettuale” (passatemi il termine), perchè dopo la fatica c’è la gioia di essere arrivati dove si voleva, la dolcezza delle emozioni che ti cullano. Ha una durata sensazionale, lunghissimo, regala i sentori minerali e fruttati, molto più giovani di quando potresti immaginare. E nonostante tutto dimostra una beva schietta ed immediata. Alla cieca non diresti che è un vino del 2004. Un vino da degustare da solo, anche come apertivo, o accompagnando qualche formaggio, magari non troppo potente per non coprire le complessità del vino.
Insomma, un altro momento di grande e piacevole stupore, regalato da un vino della VdA.

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