Monferrato Rosso Doc Capovia 2008 – Forti del Vento

Disclaimer: bottiglia ricevuta in regalo dal produttore

Una delle cose che mi piace fare è prendere la macchina e guidare senza una meta esatta, affrontando strade che non conosco alla ricerca di scorci non ancora visti.
Di recente mi è capitato di “perdermi” qui, poco distante da casa, ed arrivare in un paesino di cui conoscevo l’esistenza ma in cui non ero mai andato.
Ed è stato un piccolo frammento di una vita che fu.
Perchè scendo dalla macchina, parcheggiata nell’unica piazza del paese ed entro nell’unico locale aperto. Fuori il deserto.
Dentro un vociare. Apro la porta e varco una soglia spazio temporale.
Vecchi tavoli di legno, un bancone anni ’50, foto ingiallite del Grande Toro e di Fausto Coppi. Anziani che giocano a carte e si arrabbiano con il proprio compagno perchè sbaglia la carta. Ognuno di loro con il classico quartino di rosso.
Arriva il proprietario, molto più giovane di tutto quel contesto e gli chiedo che vino hanno.
Barbera o dolcetto” fa una pausa “sfuso“.
Dolcetto, di barbera, in quei giorni, ne ho fin sopra i capelli.
Arriva con il quartino e un piattino con fettine di salame e un po’ di acciughe al verde. Una pagnotta.
Questo te lo offro io” mi dice.
Ringrazio e mi gusto il contesto, assaporo quel piatto, quella genuinità e rimango sorpreso che quel vino sfuso abbia una certa piacevolezza seppur legata ad un certa rusticità. Ma è perfetto per quella situazione.
Esco dopo circa un’ora e salgo in macchina. E penso che è veramente tanto tempo che non bevo dolcetto.
E ricordo di avere una bottiglia in cantina. Capovia, dolcetto dell’ovadese di Forti del Vento.
Bhè, molto differente rispetto al vino bevuto quel giorno, penso subito: però mi rendo conto che c’è la medesima traccia, alcuni sentori sono affini. Fin dal colore, rubino carico, impenetrabile, quasi da ricordare l’inchiostro. I profumi qui, nel Capovia, giocati sull’eleganza e sulla complessità del frutto e delle spezie, là sulla rusticità e l’immediatezza. Ma in bocca, eccettuata la componente acida che in quel quartino era veramente molto elevata, si sente di nuovo uno stretto legame: profondità e verticalità, sapidità e acidità. Qui nel Capovia tannino molto più elegante e integrato e con una durata ed un ritorno della speziatura che il quartino non aveva. Ma il dolcetto resta dolcetto. Questo sì.
Ed il Capovia, seppur ripeto, molto più elegante e complesso, mi ha fatto ricordare con malcelata tristezza la quiete e lo stare bene in quel luogo fuori dal tempo. E il fatto che dovrei bere più spesso dolcetto…

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