Valle d’Aosta Doc Petit Rouge 2010 – L’Atouéyo

Disclaimer: bottiglia acquistata dal produttore. 5 o 6 euro, non ricordo esattamente

Avete presente la differenza che corre tra Jimmy Page e Yngwie Malmsteen?
Sono due eccellenti chitarristi, entrambi. Tecnica sopraffina, fanno quello che vogliono con la chitarra tra le mani. Ma hanno una differenza profonda e fondamentale: la trasmissione dell’emozione.
Malmsteen è un mostro di bravura (sentite questo Arpeggios From Hell tanto per farvi un’idea), ineccepibile, una pulizia e una precisione incredibile. Ma dopo un po’ che lo ascolti, almeno per quel che mi riguarda, diventa un po’ ripetitivo e forse leggermente noioso.
Jimmy Page, è altrettanto bravo (a mio parere di più, ma non sono obiettivo, considerando i Led Zeppelin uno tra i migliori gruppi mai esistiti). Fu il primo a suonare la chitarra con l’archetto da violino (guardate questa versione di Dazed and Confused), la sua tecnica è talmente elevata che sembrerebbe aver fatto un patto con il diavolo. Ma non disdegna “sporcature” dissonanze, magari piccole imprecisioni.
Ecco, ogni qual volta bevo un vino valdostano che mi piace penso a questi musicisti.
In fondo, è risaputo, sono innamorato della Valle d’Aosta e quindi qualcuno potrebbe pensare che cada facilmente nella trappola dell’idolatrazione fine a sé stessa.
Ma, pur consapevole che esistono in assoluto bevute eccezionali al di fuori della Valle, non posso non trovare delle emozioni che magari altrove non colgo.
L’emozione, di per sé, è soggettiva.
Nel caso del Petit Rouge 2010 dell’Atouéyo (petit rouge in purezza, non così facile da trovare), oltre alla eccellente beva, a profumi a me congeniali e alla qualità ottima intrinseca del vino, ci sono anche ricordi, paesaggi, profumi che influiscono.
Emozioni e persone che “ritrovo” nel bicchiere.
Poi, per essere coerente ed obiettivo, non posso non dire che è un vino giovane, connotato da una acidità che magari non sempre può piacere a tutti e da qualche piccola “sbavatura” a livello olfattivo.
Ma, concedetemelo, chissenefrega….
Il vino è un liquido, in senso basico.
Ma come tutte le cose ha la capacità di veicolare altro. Di portarti al di là di una semplice bevanda colorata. Di avere con sé il concetto di alterità rispetto alla materialità immediata.
Sentire quel determinato profumo che mi ricollega immediatamente ad Aymavilles e ai vigneti della famiglia Saraillon è una gran bella emozione.
Ovvio, una mia emozione. Che magari altri non coglieranno.
Ma sicuramente troveranno altro, che magari io non percepisco.
In fondo il bello del vino e della degustazione è proprio questo.
Libertà del sentire.
Stream of consciousness.

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