Arrendersi all’evidenza: non si conta una beata fava

Dopo essersela smenata con nicchie delle nicchie e chiacchere autoreferenziali, ecco l’episodio reale che evidenzia il polso della situazione.
Ossia che noi, in quanto enostrippati scriventi di vino, in termini pratici non contiamo una beata fava.
Non che avessi dei dubbi in merito. Neppure la presunzione che la realtà potesse essere diversa.
Questi i fatti.

Azienda Luigi Spertino, Mombercelli.
40mila bottiglia annue.
Produttore a cui sono legato da una bella amicizia e di cui ho parlato più volte su queste pagine.
Qualche tempo fa avevo sentito Mauro, figlio di Luigi, e senza tanti giri di parole, come nel suo stile, mi aveva espresso una forte preoccupazione sul fronte delle vendite legata soprattutto alla crisi generale che stiamo vivendo.
In particolar modo sul suo Grignolino.
All’inizio di luglio uscì su Repubblica edizione Torino un bell’articolo di Carlo Petrini in cui raccontava la storia dell’azienda.
Cartaceo (che conservo gelosamente, lo ammetto) e web.
Penso che Petrini non abbia bisogno di presentazioni.
A distanza di tre settimane da quell’articolo, la situazione per l’azienda Spertino è cambiata radicalmente: Grignolino venduto del tutto (circa 4mila bottiglie, ossia il 10% della produzione totale) e anche gli altri vini stanno andando bene.
Mi ha parlato di tantissime telefonate di privati e ristoranti che ordinavano numerosi cartoni.
Ha evidenziato come, in base alla sua percezione, dopo l’articolo di Petrini alcuni clienti che in passato sembravano “snobbarlo” di punto in bianco lo trattano con ogni riguardo.
Felicissimo per loro (un po’ meno per me che mi devo affrettare ad andare a trovarli e sperare di trovare ancora qualche bottiglia :-)).
Potenza della comunicazione verrete a dire.
E ancora: stiamo parlando di un piccolo produttore, di cui sicuramente nei bar di Reggio non avranno mai sentito parlare ;-). Ed è “facile”, con questi numeri, spostare i fatturati e le vendite.
Facile, fino ad un certo punto.
Un episodio del genere, in questi casi, permette di vivere e continuare a produrre.
Ma questo mi fa capire come alla fine chi come me scrive di vino sul web non sposta assolutamente nulla.
Ne scrive un mostro sacro come Petrini sulla Repubblica ed ecco che i fatturati vengono (positivamente) toccati.
Diciamocela tutta: il vino e il suo mondo è bello, pieno di poesia, terra, storia e via dicendo.
Ma il vigneron non vive (solo) di queste cose: alla fine della fiera la vil pecunia serve per portare avanti tutta questa fiaba che ci piace raccontare.
Di Carlo Petrini, sul web, ce ne sono pochissimi: le solite corazzate intraviniche o appuntidigolasche.
Forse, alla luce di tutto questo, sarebbe il caso di smetterla di azzuffarci e contarsela sulle solite menate e rendersi conto che facciamo poesia.
Senza la pretesa che quello che diciamo abbia così tanta importanza.
Smettendo di prendersi così sul serio.
In fondo è solo un bel gioco.

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