Disclaimer: non ho le competenze tecniche. Raccolgo e rilancio il grido allarme di un amico viticultore. Foto di Alessandro Durando
Oggi su twitter vedo comparire un link.
Punta al blog di Alessandro Durando.
Alessandro è presente (poco) sui SN.
Per sua stessa ammissione tra il trattore e l’iphone preferisce il primo.
Ma ammira chi riesce a dividersi tra lavoro in vigna e comunicazione digitale.
Quindi, leggendo il suo brevissimo post e conoscendo il ragazzo, mi sono “allarmato”.
Vedete, Alessandro è un amico: è un ragazzone di circa 30 anni che si fa un mazzo tanto per mandare avanti l’azienda di famiglia.
Vigneto, nocciole, galline e via dicendo.
Un sistema integrato.
Ed è uno che non scade mai in lamentele o uscite ad effetto.
Quindi, viste queste premesse, il suo scritto ha destato in me curiosità e preoccupazione.
L’ho chiamato, la telefonata si è conclusa pochi minuti fa.
E, pur mantenendo un profilo assai tranquillo, come suo solito, ha espresso alcuni pensieri che meritano di essere rilanciati.
Pensiero laterale (mio): qui si scrive di bottiglie bevute comodamente svaccati con le gambe sotto un tavolo, di cazzate (sì, cazzate) tra professionisti e non professionisti, di quello che è il punto di vista del consumatore/critico/bevitore.
Spesso dimentichiamo che dietro ad una bottiglia c’è il sudore della fronte di uomini, non importa se rappresentano piccole o grandi aziende. Loro, su quel lavoro, ci vivono.
Alessandro mi ha detto che la flavescenza dorata sta massacrando e mettendo in ginocchio la viticoltura di Portacomaro e dintorni.
Ed essendo anche membro del direttivo della CIA di Asti mi ha confermato che la situazione è generalizzata in buona parte del territorio piemontese.
Chi più, chi meno.
Cosa è la flavescenza dorata?
Copio e incollo da Wikipedia:
La flavescenza dorata (FD) è una fitoplasmosi appartenente al gruppo dei giallumi della vite. Il nome viene attributo dalla colorazione gialla dorata che assumono le foglie, i tralci ed i grappoli di vitigni a bacca bianca una volta colpiti. L’agente causale della malattia è un fitoplasma, che si insedia nei tessuti floematici dell’ospite e ne provoca il blocco della linfa elaborata, inducendo uno squilibrio della attività fisiologiche dalla pianta stessa.
L’attacco, che dalle parole di Alessandro si protrae con intensità da almeno 3 anni, colpisce tutte le viti, costringendo all’espianto.
Traduzione in soldoni: costi di espianto, costi per nuove barbatelle, mancata produzione.
Perdita totale, insomma.
Secondo le stime più rosee, quest’anno nella zona di Portacomaro la produzione sarà ridotta del 40-50%.
Lui si lamenta, ma si rende conto che la sua azienda, contando sulla diversificazione del prodotto, riesce a reggere, seppur con enorme fatica.
Lasciandosi scappare una frase inquietante: “La viticoltura non ha futuro“.
Ma chi vive solo di viticoltura corre il rischio di essere messo definitivamente in ginocchio.
Alessandro, che non è ha certificazioni biologiche ma cerca di condurre la campagna con il minor apporto di chimica possibile, sarebbe persino disposto a venir meno a questa sua visione se servisse a qualcosa.
Al momento non esistono cure efficaci contro questa malattia.
Al momento sembra che le barbatelle nuove non siano per nulla immuni da questi attacchi, costringendo a reimpiantare interi filari di vigna che non si sa bene se resisteranno e se andranno in produzione.
Al momento gli enti preposti stanno navigando nel buio, dando indicazioni contraddittorie.
Da profano mi chiedo se tutto questo non abbia una soluzione.
E auspico che chi più ferrato di me possa aiutare queste aziende.
Nel mio piccolo, con i miei errori ed imprecisioni, non posso far altro che dare voce a questo lamento.
Perchè, altrimenti, l’alternativa è quella di lasciarli morire in silenzio.
Perdonatemi, ma per una volta cito Ziliani.
Io non ci sto.




Una domanda: la produzione di nuove barbatelle è esente del tutto da questa malattia, si può essere certi che la contaminazione non sia presente del tutto là dove si producono barbatelle da reimpiantare?
Ho visto i danni provocati negli ultimi anni dalla flavescenza dorata nella zona di Portacomaro e anche nel Monferrato Casalese, una strage di filari.
Sarei curioso di sapere come questa malattia viene affrontata dai coltivatori biologici e biodinamici, qual’è il loro approccio, e di conoscere se la monocoltura della vite in quasi la maggioranza dei luoghi può aver contribuito allo sviluppo.
La soluzione sarebbe quella di mettere fuori gioco lo Scaphoideus titanus, la cicalina che è il vettore di contagio del fitoplasma.
Il problema nell’eliminare lo Scphoideus è che ha un ciclo vitale chiuso, nel senso che è un “parassita” obbligato della vite, a differenza di molte altre cicaline, che si cibano di diverse specie di piante.
Ecco perchè, Vittorio, la monocultura spinta e l’eliminazione di un ambiente variegato hanno sicuramente influito nell’eliminazione dei suoi antagonisti naturali, il che ha dato libero sfogo allo sviluppo dello Scaphoideus.
Ed infine poni un problema molto rilevante: la circolazione di barbatelle probabilmente già recanti, annidate nella corteccia, le uova dello Scaphoideo: et voilà…ti porti la malattia in azienda con le nuove piantine.
Bravo Fabrizio, fai bene a parlare anche di questi problemi!
Ciao Fabrizio. Ho una certa esperienza dell’argomento e non posso che confermare la gravità della situazione. Ho pubblicato un pezzo recentemente sulla guida SlowWine.
http://www.gily.it/articoli/Flavescenza%20dorata%20per%20slowine.pdf
Non concordo con Alessandro sul fatto che ci siano indicazioni contraddittorie da parte della comunità scientifica. le indicazioni sono univoche al 99%, poi c’è qualche battitore libero che dice cose diverse. Non ci sono attualmente cure per la malattia; si può solo colpire il vettore; contrariamente a quello che dice Riccardo è proprio nei territori a viticoltura non intensiva e ricca di incolti e boschi che i danni sono maggiori, e c’è una logica in questo: la FD è una malattia “sociale” come spiego nel mio intervento. La termoterapia oggi impiegata in vivaio elimina l’inoculo dalle barbatelle ma non risolve il problema: la propensione delle viti giovani a reinfettarsi sembra addirittura maggiore che in quelle vecchie. Questo può essere legato a complesse relazioni e antagonismi tra microrganismi che sono oggetto di studio (poco, perchè soldi per la ricerca non ce ne sono). Ci sono tuttavia una serie di cose da fare e di profilassi da seguire per cercare di convivere con il problema. In attesa della “pallottola d’argento”, che per ora sembra ancora lontana.
Posto che la mia esperienza di FD è pressochè minima, Maurizio, il fatto che lo Scaphoideus si nutra solo di vite non dovrebbe rendere maggiore l’attacco in zone intensamente vitate?
Dagli studi condotti (a cui credo) emerge il contrario ed in effetti è un fatto alquanto strano rispetto agli attacchi di altri patogeni.
Riccardo, la spiegazione è abbastanza semplice. Lo scafoideo si nutre anche su vite americana inselvatichita, che abbonda negli incolti, ex vigneti abbandonati (dove in genere la vite europea scompare ma prospera il suo portinnesto, resistente alle crittogame, cioè appunto la vite americana). Pare anche che ci siano altre specie tipiche degli incolti e delle radure boschive come la Clematis che pssono essere appetite dall’insetto. nelle zone a viticoltura intensiva la cicalina non trova rifugio quando si fanno i trattamenti insetticidi, nelle zone “marginali” invece ne trova in abbondanza per i motivi che ho detto quindi ha la possibilità di tornare sul vigneto e reinfettarlo.