VSQ Metodo Classico Brut 2010 – La Casaccia

Disclaimer: bottiglia donata da Giovanni Rava, patron de La Casaccia. Prezzo in cantina intorno ai 12-15 euro

Metodo Classico Piemontese 2010.
Cella Monte, provincia di Alessandria.
50% Pinot Noir e 50% Chardonnay.

Esistono di sicuro Metodi Classici più eleganti e raffinati, magari non piemontesi.
Magari più ruffiani e piacioni.
Questo no, punta dritto alla sostanza.
Profumi tipici di un metodo classico, buona beva, buona acidità.
Magari bolla, pardon perlage, un po’ grossolano, ma è un difetto perdonabile.
Buono, nel complesso, senza cucirgli addosso vesti di magnificenza che non gli renderebbero merito e sarebbero esagerate.
Reputo che il rapporto qualità/prezzo di questo vino sia un suo plus.
Lo affermo senza timore di essere smentito, presuntuosamente.
Tanto che ho deciso di proporla ad un aperitivo di inaugurazione di un locale a Torino in cui mi era stato chiesto di selezionare alcuni vini.

Quel pomeriggio si è iniziato, per volere della padrona di casa, con una bolla italica ampiamente conosciuta e acquistabile anche in GDO.
Poi, per mia scelta, si è virato su questo Metodo Classico.
Alla fine, tenendo conto che vi erano anche altri 3 vini, sono andate via diverse bottiglie.
Quello che però mi ha colpito, in negativo, è l’appeal e la fidelizzazione che un grande produttore, in fatto numerico e diffusione del brand, ha sul pubblico (ndr: ho usato termini anglofoni e fortemente legati al marketing proprio per sottolineare quanto l’aspetto commerciale e promozionale conti).
Mi spiego.
Ad un certo punto mi sono ritrovato a mescere sia questa bottiglia de La Casaccia sia quella del grande produttore.
Hai voglia a spiegare che questo produttore usa uve da coltura biologica, è un piccolo produttore che gioca su qualità piuttosto che su quantità.
Il fascino del “sentito dire” ha avuto la meglio: 3 su 4 hanno scelto l’etichetta “famosa”.
Fino a quando le bottiglie dell’etichetta “famosa” a mia disposizione sono terminate e chi voleva una “bollicina” ha optato forzatamente per questo.
Avendo, alla fine, riscontri comunque ampiamente positivi da chi lo assaggiava per la prima volta.

Questo mi ricollega a tematiche già affrontate.
E radicalizzo.
Possiamo farci tanti voli pindarici, spompinarci reciprocamente in salamelecchi per bottiglie alternative.
Ma il gusto del pubblico più ampio, quello meno “educato” e attento al discorso vino, si orienta verso porti sicuri, non necessariamente validi dal punto di vista qualitativo.
Esistono soluzioni?
Educarne uno per colpirne cento?
Bhà, non saprei.
Però se proprio abbiamo la pretesa di educatori e missionari, di Testimoni di Geova del Vino, dobbiamo “scendere in campo” (non nel senso inteso da Benigni, sia chiaro).
Uscire dai nostri nirvana teconologici e buttarci nella mischia, anche a costo di prenderci sprangate e mazzate.
Suonare i campanelli delle persone nei momenti meno “indicati”. Come può essere un aperitivo.
Funzionerà?
Non lo so.
Sporcarsi le mani, provare e vedere.
È l’unica possibilità.

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