La strada – Cormac McCarthy

Immagine presa dal web. Riflessioni personali, non legate al mondo del vino

Ho letto questo libro tutto d’un fiato. Non mi capitava da un sacco di tempo.
Non è un libro facile. Non tanto per la scrittura, fluida e semplice.
No, per il contenuto. Una mazzata, una continua randellata al cervello e al cuore.
La storia di per sé è semplice: un padre e un figlio, un mondo post-qualchecosa di distruttivo, in un viaggio alla ricerca di una salvezza che non esiste e sempre al limite della sopravvivenza. Fino al tragico epilogo finale, che allo stesso tempo lancia un messaggio di piccola speranza.

Per quanto il mondo in cui viviamo oggi non somigli a quello rappresentato nel libro, è un dato di fatto che oggigiorno sia sempre più difficile riuscire a stare in piedi. Almeno nell’ambito materiale, che inevitabilmente va a colpire anche la propria capacità di vivere i sentimenti e gli affetti.
Qui, su queste pagine, si parla di vino. Non esattamente un “bene primario”.
Diciamo che è la mia valvola di sfogo, il mio momento di distrazione da quelle che sono le questioni quotidiane. Purtroppo la vita è discretamente più complicata. Penso che questo “agire” possa valere per molte persone, qui e altrove nel mondo.

Tra pochi giorni mio figlio compirà 10 anni.
Ricordo perfettamente il febbraio di 10 anni fa, con la neve e un cielo terso, il vento gelido e il ghiaccio che scintillava.
Ricordo la mia paura nel diventare padre.
Paura che non mi ha mai abbandonato, nel tentativo di essere sempre un buon padre. Un continuo “sforzo”, rimettersi in gioco, andando al di là del proprio io per poter dare a questo “piccolo grande uomo” il meglio. Materialmente, certo, ma ancor più a livello umano, psicologico e di strumenti per la crescita.
Non mi sono sentito mai un buon padre: però ci provo, ogni santo giorno, trasmettendogli quello che sono io, i miei valori, nel rispetto di quella che è la sua personalità che sta venendo fuori poco alla volta e si sta formando. E ancor di più dandogli il mio amore e il mio affetto.

La lettura di questo libro ha riaffermato, qualora ce ne fosse bisogno, il mio ruolo di padre, come custode e guida, colui che deve fornire gli strumenti per (soprav)vivere. Con la consapevolezza che alla fine i figli sono persone e bisogna lasciarli andare.
Forse è l’unico modo, spero, per essere considerati dei buoni papà.

Grazie di cuore a Marco Arturi per avermi fatto dono di questo libro.

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