5 febbraio 2003

Era una notte fredda, gelida.
Il vento sferzava da nord, potente e inflessibile.
Ogni cosa era un pezzo di ghiaccio, sotto quella morsa.
Oramai erano 3 giorni che eravamo in attesa. E tu non avevi nessuna voglia di venire al mondo.
Ricordo che salutai l’allora compagna, poi moglie, poi ex intorno alle 20.
Tornai a casa, sulla mia Twingo scassata. Mangiai, giocai alla playstation e poi crollai a letto preso.
Ad un certo punto il telefono suonò: come un automa risposi.
Dall’altra parte mi si diceva che si erano rotte le acque e che dovevo correre in ospedale.
Ricordo che salii sull’auto, le strade erano ghiacciate e che in un paio di curve rischiai con una derapata.
Tempo 8 minuti ero in ospedale.
L’attesa durò a lungo, fino a quando non si decise di intervenire con un cesareo, a cui mi era vietato partecipare.
Aspettai, fumando non so quante sigarette, vedendo scendere l’infermiera con il defribillatore che mi diceva “è la prassi“.
Poi ad un certo punto vidi la puericultrice salire con l’ascensore con un fagottino in braccio.
Lavarlo.
Vestirlo.
E porgermelo.
Io che avevo la fama di “Erode” dissi “non ne ho mai tenuto uno in braccio“.
E per tutta risposta mi sentii dire “è tuo figlio“.
Presi questo esserino “gigante”, non so cosa gli dissi, non ricordo.
Madre, penso, si diventa nel momento in cui senti nascere la vita in te.
Padre si diventa così, all’improvviso, quando lo hai di fronte.
Oggi il mio Piccolo Grande Uomo compie 10 anni.
Io non so se sono un buon papà o meno.
So solo che da quell’esserino, ora ragazzino in crescita, non posso prescindere.
Buon compleanno, Nicolò.

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