Marchettismi

Il titolo lascia poco spazio alla fantasia.
Un argomento che avevo già affrontato più o meno direttamente in passato (qui e qui) e che riprende quota grazie al post “chirurgico” di Stefano Caffarri sul Cucchiaio (Nuove Professioni | Blogger on demand).
Oramai non mi stupisco più di nulla: nel mio girovagare quotidiano sui siti/blog/portali di food&wine posso dire che un buon 20/30% di scritti mi puzzano lontano un miglio di marchetta (non avendo le prove posso solo parlare di sospetto).
Da un lato posso anche capire che si debba campare: ma dall’altra parte mi piacerebbe sapere, in quanto lettore, laddove ci si trova di fronte a un publi-redazionale a pagamento e dove, invece, si parla di un argomento per il piacere di farlo.
Siamo sempre alle solite, in fondo: il discorso della trasparenza.
Quello che mi ha fatto riflettere è comunque il fatto che ci si prenda la briga di scrivere a un produttore per “uno scambio”, di soldi o prodotti: io scrivo di te (a pagamento) se tu mi mandi il prodotto. E ovviamente ne scrivo bene, anche se il tuo prodotto è palesemente una ciofeca…

Non condanno niente e nessuno: ma onestamente, la tanta decantata indipendenza del blogger dove va a finire? Diventa carta straccia con cui ci si pulisce il sedere?
Nel mio piccolo, a questo punto, posso dire che la scelta del disclaimer (su cui alcuni amici mi hanno bonariamente preso in giro) è una scelta corretta nell’ambito della trasparenza. E aggiungo: avevo in mente di aprire una pagina su questo blog in cui indicare l’eventualità di ricevere campionature da parte chi voleva farlo. Ho tergiversato, proprio perchè c’era una stortura di fondo a mio parere e a questo punto non lo farò più: vero, non sarei io ad andare a proporre lo scambio, ma come scrive giustamente Caffarri “[…] le aziende sono convinte che un invito valga una recensione […]” o comunque che il dono di un prodotto equivalga a un doverne parlare bene.

Viviamo in un mondo reale diverso da quello ideale in cui chiarezza e trasparenza dovrebbero regnare.
Viviamo in un mondo in cui la tangente politica viene giustificata, dove il furbetto di turno viene guardato quasi con ammirazione.
Viviamo in un mondo di merda, per chiudere senza eufemismi.

E abbiamo un bel da dire “io faccio così o cosà“, “io fatturo tutto” et similia: fino a quando questi non saranno atteggiamenti universalmente (o almeno largamente) condivisi, i coglioni idealisti siamo noi. E ci saranno sempre marchette, marchettari e chi si presta al gioco.
Forse, come dice il buon Filippo Ronco, sarebbe il momento di iniziare a fare i nomi dei furbetti.

“Felice” di essere considerato un coglione a queste condizioni, sia chiaro.
Ma talvolta è davvero faticoso e ci si chiede se ne valga la pena, indipendentemente dalla propria finalità nel “bloggare”.

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