Quello che non ho (e cose che sto imparando…)

Riflessioni notturne personali. Immagine presa dalla rete

Ultimamente, parlando dell’ambito enoico, sto andando oltre il blog, “mettendomi in gioco” nella realtà.
Ci furono prove tecniche di “apertura al mondo” con #grignolino1, serate private con alcuni amici, le esperienze di Autochtona grazie ai vignerons valdostani fino ad arrivare a oggi con le serate che si svolgono da il Gusto di Carmilla a Torino. A questo si aggiungono, in forma privata, alcune serate con conoscenti in cui ci si diverte a giocare assaggiando diversi vini e provando a valutare le proprie sensazioni e i propri gusti.
In alcuni di questi contesti vengo definito “esperto”: onestamente mi fa sorridere e allo stesso tempo mi atterrisce una cosa del genere. Per me gli esperti sono altri e mi sento sempre il garzone di bottega che deve imparare il mestiere.
Forse perchè non amo particolarmente i riflettori (ho detto “particolarmente”: a tutti, in un modo o nell’altro, piace stare al centro dell’attenzione. Diffidate di chi dice il contrario): però per mia natura, se dovessi fare un paragone calcistico, sarei un mediano, uno che fa il lavoro di retroguardia e non mi sentirei a mio agio nei panni del numero 10, che scatena la fantasia dei tifosi e ruolo che lascio volentieri ad altri. Per citare un famoso numero 10, Michel Platini, alla domanda sul perchè corresse poco in campo rispondeva “tanto c’è Furino che corre per me“. Ecco, io mi sento molto il Furino di turno. Però ogni tanto anche i mediani, in qualche momento di follia, prendono la palla a centrocampo e puntano la porta, magari facendo anche gol e beccandosi qualche applauso.
Cosa sto imparando da queste esperienze nella realtà?
Bhè, che comunicatori del vino non ci si improvvisa: ci vuole studio, passione, esperienza, capacità. Tutte cose che bene o male sto sviluppando e apprendendo, sentendomi ancora ben lontano dall’essere un vero comunicatore. Per dirla in altre parole ne devo bere ancora tanto di vino e mettermi ancora tante volte in gioco prima di potermi veramente definire un comunicatore.
Però, dopo la parte destruens, c’è una parte costruens: penso che nel mio non essere ancora esperto, c’è comunque un approccio scanzonato e libero che incuriosisce le persone. Non è il tecnicismo la mia forza: è il creare curiosità.
Proprio questo aspetto, il fatto di riuscire a incuriosire le persone, mi fa porre la domanda: cosa sto imparando da chi si approccia a queste esperienze? O per dirla usando termini più efficaci che non amo, cosa mi insegna il rapportarmi ai “non esperti” o comunque ai consumatori finali che non hanno mai avuto un approccio tecnico?
Mi sta insegnando l’importanza del linguaggio, che non deve essere rigido e tecnico, ma assolutamente immediato. Non ha senso usare, per quanto mi è dato vedere, il linguaggio un po’ criptico della degustazione tecnico-professionale, ma al contrario, c’è l’esigenza di raccontare un vino usando un linguaggio “comune”.
Mi sta insegnando che le persone vanno incuriosite, proponendo loro magari cose semplici e magari già conosciute ma che non hanno mai sperimentato sotto una certa luce.
Mi sta insegnando che non bisogna essere “troppo maestri” perchè si crea soggezione: le persone che partecipano a questi momenti hanno voglia di dire la loro, liberamente, senza l’espertone di turno che dice e spaventa un po’.

Insomma, non sono e non mi sento un comunicatore, ma sto imparando che se si vuole avvicinare qualcuno al mondo del vino la chiave è la semplicità. Almeno, io la vedo così.
E quindi mi fa riflettere la comunicazione autoreferenziale che abitualmente noi, “malati” di vino, leggiamo e tante volte utilizziamo. Autoreferenzialità che spaventa il consumatore finale, basico, non informato.
Quello che alla fine il vino lo compra e lo beve.
Semplicità, Immediatezza e Curiosità.
Parole che vorrei far diventare un mantra nel mio futuro di ipotetico comunicatore amatoriale di vino (i professionisti sono altri).
Abbiate pazienza, ci sto lavorando. Che poi riesca è un altro paio di maniche.

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