VdA Doc Chardonnay éléve en fut de chéne 2009 – Maison Anselmet

Bottiglia ricevuta in regalo

Sono giorni strani, in cui sembra di essere in un pantano immobile.
In realtà il mondo, il mio e quello più ampio che mi circonda scorre vorticosamente, con le sue stonature e i repentini cambiamenti che ti portano a riflettere sulla vita e sul cosa si vorrebbe “fare da grandi”.
Anche il vino, in questo periodo, ha contorni più sfumati, meno “rigidi”, con minor voglia e potenza da parte mia sia nell’assaggiare sia nello scrivere.
Per riconciliarmi un po’ con me stesso e per ripartire con il blog, ho deciso di ripartire da un vino valdostano: oramai sono come la calda coperta che ti avvolge e ti rassicura. Certo, non tutti i vini valdostani sono splendidi e degni di nota (anche se non sarei tranchant come Francesco Falcone sull’ultimo Enogea che accusa un eccesso di svilente tecnicismo, salvo poi contraddirsi, a mio parere ovvio, con i punteggi): però per me sono un tornare a casa, un sentirmi in qualche modo “sicuro”.
Ripartire da uno Chardonnay éléve en fut de chéne 2009 di Maison Anselmet potrebbe parere strano, visto che sono un fautore degli autoctoni e lo Chardonnay non è certamente tra i miei vitigni preferiti.
Però, senza timore di essere smentito, posso dire che ci troviamo di fronte a una grande bottiglia, in ogni sua parte. Il legno dell’affinamento è un completamento che nulla toglie alla piacevolezza del frutto maturo e dei fiori: anzi, all’assaggio regala rotondità senza smorzare l’acidità e la sapidità (mineralità?) di questo vino, donandogli quell’allungo finale davvero interessante. E, anche se mi spiace dirlo, rispetto ad altri Chardonnay valdostani con passaggio in legno, non perde il suo guizzo finale a scapito di un pesantore talvolta stucchevole che appesantisce la beva.
No, qui si lascia bere bene, con un bell’equilibrio tra potenza e eleganza.
Bene, un bicchiere che rasserena e da cui ripartire.
Con tante domande e qualche piccola forse effimera certezza.

About enofaber