Terra lontana e misteriosa?

Riflessioni personali. Immagine presa in rete.

Ricevo, come tutti gli appassionati/blogger, una serie pressochè infinita di comunicati stampa, inviti e via dicendo.
Il più delle volte, lo ammetto, leggo le prime tre righe e se il mio interesse non viene solleticato, cestino. Talvolta, nei giorni precedenti grandi manifestazioni (vedi Vinitaly), faccio che cestinare senza neppure aprire l’email.
In fondo sono fatte un po’ con lo stampino, dove le locations sono sempre in “meravigliose e spettacolari cornici“, i vini sono unici e via dicendo. Ma non è questo che scatena il mio scrivere: non faccio e non sarei in grado di fare l’ufficio stampa e scrivere comunicati, quindi non mi permetto di polemizzare.
Quello che mi lascia perplesso è che, quando ci sono manifestazioni di varia natura e si cita la mia amata Valle d’Aosta, si dice “fino alla lontana” o “c’è addirittura la presenza di“. Insomma, come se la VdA fosse una terra lontanissima o che desti quasi scalpore che sia presente.
Vero, nelle mie piccole esperienze dietro al banchetto mi sono sentito chiedere più volte “ma in Valle d’Aosta si fa vino?“. Altrettanto vero è che alcuni organizzatori di manifestazioni enoiche mi hanno espresso la loro difficoltà a coinvolgere i vignerons valdostani.
Personalmente non vedo la VdA così lontana, così irraggiungibile o sconosciuta. O almeno, geograficamente parlando, lo è come per me potrebbero essere Calabria o Sicilia. E non penso che ci si debba stupire se i vignerons iniziano poco alla volta ad uscire dai confini regionali, pur con fatica. Mi infastidisce che si parli di questa terra come un qualcosa di lontano e astratto: vero, da un lato un po’ di mistero non fa mai male, ma dall’altro penso che non sia il modo giusto per valorizzarla.
Perchè la VdA enoica fatica così tanto ad essere conosciuta?
Ci sono tante spiegazioni a mio parere: piccole quantità, produzione molto frammentata tra 50 vignerons e 6 Caves Cooperatives, poco tempo per chi deve condurre totalmente la propria azienda, comunicazione latitante sul versante enoico da parte delle istituzioni che a mio parere non investono come dovrebbero: in fondo, cari amministratori, la Valle d’Aosta non è solo sci, castelli, fontina e polenta e cinghiale. Il vino c’è, non tantissimo, però la qualità è in rapida ascesa (checchè qualcuno parli di omologazioni soprattutto sui bianchi) e potrebbe essere un veicolo alternativo per promuovere un comparto e l’intera regione, legandosi al turismo “alternativo”.
Quindi fino a quando non si imparerà a raccontare questa terra in maniera differente, la VdA sarà sempre e solo considerata come un’entità aliena e lontana: in questo modo non si fa un gran bel servizio al lavoro duro e faticoso dei vignerons.

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