Cose da tenere a mente per il futuro

Venerdì pomeriggio ricevo una telefonata da mio padre che mi invita ad andare con lui a una cena “bollicine e pesce”.
Raccolgo l’invito soprattutto perché è da tanto che non passo un po’ di tempo con lui e perchè l’argomento mi incuriosisce.
Giungiamo al ristorante, sulla riva di un lago canavesano, un posto che meriterebbe la menzione per la “splendida cornice” tanto abusata nei comunicati stampa dove veniamo accolti con cortesia e ci accomodiamo.
Protagonista della serata, oltre allo chef del luogo, anche un produttore roerino (di cui ometto volutamente il nome) che propone 4 vini “bubbles“, partendo da uno charmat, passando per un metodo classico millesimato (anche se in etichetta era riportata solo la data di sboccatura), una barbera vivace e un brachetto. Per chiudere un chinato e una grappa.
Allora, sulla cucina nulla da dire: ben fatta, semplice, equilibrata. Buona qualità, dal mio punto di vista.
Purtroppo non si può dire altrettanto del vino: il fatto che pur bevendo molto poco il giorno dopo avessi mal di testa è un segnale poco confortante. E se posso mi sono trovato di fronte a vini dozzinali e banali (l’unico che si salvava era forse il presunto millesimato): come ho detto senza di giri parole al cuoco a fine serata, che è venuto a sincerarsi della soddisfazione degli avventori, è stato un esempio di come il vino non abbia reso merito al cibo. E di questo, come proprietario del ristorante, dovrebbe farci una riflessione.
C’è poi l’aspetto che mi ha più inquietato: sono andato anche per “studiare” come funziona una serata di questo tipo con circa 70 avventori. Nel mio piccolo, nelle rare serate che faccio, non supero mai le 20 persone, cercando di creare un clima conviviale e di dialogo. Quindi di fronte a questi numeri mi sono detto “ci sarà da imparare qualcosa“…. e invece no: nessuna chiachera sul vino o sull’azienda a parte una rapida e scarna introduzione, un frettoloso giro tra i tavoli e quando, come nel mio caso, si cercava di capire qualcosa di più, si vedeva palesemente il volersi smarcare per andare al tavolo successivo.
Convivialità? Dialogo? Confronto? Macchè. Diciamo che l’atteggiamento è stato in linea con la qualità dei vini: superficiale, senza alcuna passione e senza grande interesse. Dal mio punto di vista un’occasione persa.
O forse va bene così, sentendo comunque i commenti di altri commensali a fine serata, brilli visto che a fronte di una scarsa qualità non mancava certo la quantità…
Comunque un paio di cose le ho imparate: in primo luogo il come a me non piacerebbe fare una serata; la seconda cosa, che più mi rattrista, è che ho per l’ennesima volta la conferma che alla maggior parte delle persone non interessa granchè (per usare un eufemismo) il discorso sul vino, la ricerca della qualità e via dicendo. Basta che ce ne sia tanto.
E noi continuiamo a suonarcela e cantarcela con i nostri sfarfugliamenti mentali. Ma la realtà insegna cose ben diverse.
Ahimé.

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