Nella bocca (e nel cuore) di chi degusta

Immagine presa dal web

Mentre molti sono su spiagge, con figli, con mariti, con famiglie, con amanti, io sono a casetta.
Sono lavorativamente vacanziero, ma in realtà alle prese con le correzioni del libro. Mio figlio è in montagna con la mamma, io non ho potenza economica e voglia di andare in gadula (= in giro).
Rileggo, correggo, medio, uniformo.
Concentrandomi soprattutto sulle schede di degustazione. 41 produttori, 224 etichette recensite, a fronte di circa 300 assaggi.
Leggo che questo qui, Enofaber, parla di eccellenze, di prodotti validi, interessanti, affascinanti.
Poi penso alla telefonata che mi fece qualche ora fa mio padre che di fronte a una certa bottiglia espresse riserve e critiche. Andai a vedere la mia scheda e, per quanto la descrizione non fosse completamente entusiasta, rilevavo alcune positività.
Ecco, quello che maggiormente mi preoccupa è il discorso legato proprio alle degustazioni. Quando si degusta non si può fare a meno di riflettere su quello che è il territorio e la produzione.
Ma soprattutto sé stessi.
Se dico che un Pinot Noir è decisamente interessante, non voglio dire che sia “in assoluto” interessante: non lo paragono a eccellenze borgognone o via dicendo. Dico che è interessante riferito a quella realtà, a quel tipo di terroir.
Spesso e volentieri, di fronte a dei Torrette, parlo bene del concetto di rusticità: perché è quello che mi aspetto di trovare in quel bicchiere. Di fronte a dei Cornalin, scrivo di sentori cupi, legati al bosco, di profumi non sempre immediati. Ma per quella che è la mia esperienza quello è il risultato.

Ecco cosa mi preoccupa: se parlo di eccellenza non è eccellenza “in assoluto”. Ma legato a quel tipo di uva e di territorio. Se sei uno che ama certe morbidezze, certe rotondità, è inevitabile trovarsi in disaccordo. Quello che a me preme è parlare di “quel” territorio e di “quello” che può tirare fuori.

Perchè il cuore, l’anima e la bocca di chi degusta non può prescindere da certi elementi.

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