Enofaber è tornato. Forse

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Immagine presa dal sito www.viniacasamia.it

Non nascondo che il mio silenzio abbia diversi perché.
Da un lato un susseguirsi di impegni e pressioni legate alla vita quotidiana e al lavoro, poi il discorso delle presentazioni del libro che vi assicuro portano via un bel po’ di tempo e energie.
Ma di fondo c’è anche un po’ di stanchezza nel vedere un mondo del vino e del cibo sempre più cristallizzato su battaglie di posizione e rituali autoreferenziali. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, onestamente, sono cose che su queste pagine ho scritto più volte. Eppure, stavolta, predomina la stanchezza e non la voglia, presuntuosa, di dare uno scossone (per quanto possibile).
Da che mi interesso di vino in maniera appassionata, cercando di avere un approccio professionale (ma non da professionista), ho visto passare molte mode e/o fenomeni: dalle degustazioni carbonare alle degustazioni numerate, dagli eventi più o meno grossi ai ritrovi aperti e/o chiusi. Eppure tutto e sempre molto limitato a una cerchia ristretta e fintamente aperta all’esterno.
In questo ultimo periodo sto avendo i crampi e l’orticaria ogni qual volta sento parlare della distinzione vini naturali, bioqualcosa e via dicendo. Ho l’impressione, in questo ambito ma non solo, che ci si riempa la bocca di belle parole. Ma alla fine quelli deputati a parlare, ossia chi si spacca la schiena in vigna, tacciono, lasciando il campo ai 60 milioni di potenziali ct (o in questo caso vignerons). Con un’aggravante: certe volte le “riflessioni” mi paiono come quei discorsi da finti intellettuali rappresentanti della sinistra modaiola che vede nell’esotico il bello e ne parla bevendo krug e indossando monclair. Ma senza mia sporcarsi veramente le mani, ragionando semplicemente sulla “cosità della cosa” e non valutando tutte le implicazioni pratiche. Tanto, in certi casi, è meglio fare solo parole.
Insomma, scusate la volgarità, è facile fare i froci con il culo degli altri.

Anche nel food non mi pare che la situazione cambi tanto: tutti bravi a sostenere la biodiversità, il km zero, la bellezza della vita agreste (ma lo avete anche solo un piccolo orto?), la bontà della materia prima. Penso che a tutti piacerebbe mangiare la mozzarella fatta con il latte dello gnuc della Patagonia o cucinare un piatto di erbe selvatiche dello Sri Lanka. Certo, prodotti non per tutte le tasche e per cui vengono creati negozi apposta, che sono una via di mezza tra l’ipermercato a 27 stelle e la gioielleria. Penso veramente che in certe occasioni sia più un discorso modaiolo piuttosto che di vera sostanza.
La realtà è ben diversa: basta farsi un giro negli ipermercati o nei discount, quelli veri, quelli delle periferie urbane. Dove si va per ragioni anche (o soprattutto) economiche, oltre che di pigrizia. Ma cadendo nell’opposto, ossia senza badare granchè a cosa si mette nel piatto. E pensando che una buona mangiata è tale solo se è abbondante. Ma da questo impasse pare non se ne esca.

Insomma, continuiamo pure a riflettere sul sesso degli angeli.
Intanto il mondo va avanti e noi ci pietrificheremo nella nostra nicchia della nicchia.

Enofaber è tornato. Forse.

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