Barbaresco 1970

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Era la classica bottiglia “dimenticata” in cantina. Neppure la mia cantina, quella della casa genitoriale.
Proveniente dalla vecchia cantina di casa di nonna, nel centro di Torino. Quel piccolo dedalo di cunicoli, piccoli passaggi, polverosi. Un posto che mi faceva un po’ di paura quando ero bambino.
Una bottiglia conservata in piedi, senza troppi riguardi. Una bottiglia che apparteneva a un nonno mai conosciuto e che avevo dimenticato. Poi una sera devi scendere in cantina per altri motivi: la vedi e senza pensarci due volte la prendi e la riporti in superficie.
La ripulisci e decidi di aprirla, così. Una curiosità, una bottiglia di quelle che visti i trasporti e lo stato di conservazione non generava aspettative. Una scommessa, in fondo.
Barbaresco 1970, senza l’indicazione del produttore.
Il tappo si spezza: con pazienza lo riprendi, affondi il verme del cavatappi con delicatezza e riesci ad estrarre tutto. Non ci sono odori sgradevoli, sentori allarmanti. Anzi, non percepisci nulla.
Una bottiglia muta. Lo versi nel bicchiere e ti si illuminano gli occhi: il colore è ancora vivo, luminoso, un fondo granato con sfumature aranciate. Ma brillante, vivo. E la bottiglia da muta inizia a parlare: lentamente, tira fuori profumi cangianti, evoluti. E più passa il tempo nel bicchiere più il discorso di questa bottiglia si fa complesso e articolato. Sembra quasi parlare una lingua arcaica, non sempre riesci a cogliere al primo colpo tutto.
Poi lo assaggi: una sorta di emozione si impossessa dell’animo. Scatta un sorriso e riporti il bicchiere alla bocca per un secondo sorso, più ricco e sostanzioso del precedente.
E ti sciogli: non te ne frega nulla di tannini, sapidità, mineralità, acidità. Non te ne frega nulla dei tecnicismi. Ma vuoi solo godere di questa bevuta, di un vino di 44 anni che regala emozione.
E ti fa pensare a chi non c’è più, ti illudi che quella bottiglia era un messaggio lasciato da chi non hai conosciuto e di cui hai solo notizie riportate. Di un “vecchio” che sognava suo nipote giocare con la maglia della Juve o a cui insegnare come andare in bicicletta.
Sicuramente non ho seguito quelle aspettative. Ho fatto altro.
Ma quel discorso, fatto attraverso una bottiglia di 44 anni, forse l’ho capito.
Mai smettere di emozionarsi.

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