Ordinaria follia calcistica

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Immagine presa dal web.

Non mi stupisco se fuori dagli stadi si accoltellano, lanciano bottiglie contro i pullman della squadra avversaria, se una partita da calcio deve vedere schieramenti di forze dell’ordine in stile antisommossa.
Basta vedere cosa accade in una normale domenica mattina in una partita tra esordienti (nati nel 2003, quindi età tra i 12 e 13 anni). Partiamo dal contesto: nel campionato esordienti II° anno, per regole federali, si giocano tre tempi, non sarebbe prevista la classifica finale e il punteggio dovrebbe essere calcolato in base ai risultati dei singoli tempi. Inoltre l’arbitraggio dovrebbe essere fatto o da un dirigente o da un arbitro chiamato appositamente. Uso il condizionale perché alla fine la classifica si “costruisce” ugualmente e il punteggio finale della partita viene considerato come quello dei grandi.

La partita di domenica mattina vedeva due società vicine geograficamente, quindi una sorta di derby. Nella prima giornata la squadra di casa aveva pareggiato e la squadra ospite aveva subito una sconfitta di misura. Per entrambe, quindi, un’occasione per uscire subito dai bassifondi della classifica immaginaria.
La partita inizia e si percepisce una sorta di tensione tra i ragazzi ma nonostante tutto il primo tempo scorre senza particolari problemi, dando vita a una gara poco tecnica e un po’ confusa costellata da errori e in cui i portieri non sono mai stati impegnati. Unico neo, evidente, un arbitraggio smaccatamente a vantaggio della squadra di casa che innervosisce ancora di più gli animi. Sugli spalti, al momento, tutto tranquillo, con un tifo giusto e misurato.
Nel secondo tempo entrano i ragazzi che non hanno disputato il primo tempo: da regolamento tutti i ragazzi presenti devono disputare almeno un tempo dei tre. Gli errori arbitrali diventano sempre più evidenti, i contrasti in campo si incattiviscono, anche sulle panchine il nervosismo è forte. Sugli spalti iniziano a partire le prime contestazioni e lamentele, ma tutto sommato non si trascende mai. A metà del secondo tempo viene assegnato un rigore per la squadra di casa: una decisione generosa (nb: solitamente non vengono assegnati rigori in questo tipo di campionato). Il rigore viene segnato, la contestazione dal campo e dagli spalti diventa sempre più forti. Ogni decisione arbitrale è accompagnata da urla e contestazioni in cui si contraddistinguono alcune mamme e papà al cui confronto Genny ‘O Carogna sembra un chirichetto.

Il terzo tempo vede la quadra ospite chiudere nella propria metà campo l’avversario, offrendo però il fianco al contropiede: si creano un paio di occasioni per la squadra di casa sventate dagli interventi decisivi del portiere. La squadra ospite nonostante il pressing porta pochi pericoli alla porta avversaria.
Verso la fine, demotivati, gli ospiti calano il pressing ma a sorpresa, all’ultimo minuto riescono a imbastire un contropiede che, grazie a un’uscita sconsiderata del portire di casa, si tramuta in gol, portando a casa un pareggio sostanzialmente giusto. Nel frattempo l’arbitro continuava a dirigere in maniera abbastanza unilaterale, non favorendo certamente la quiete.

La partita termina con genitori che si urlano contro, con un giocatore della squadra di casa che minaccia (non si capisce per quale ragione) gli avversari.
Personalmente trovo tutto questo abbastanza folle: non mi scandalizzo per l’arbitraggio, per i contrasti duri, per i falletti tattici. Queste cose ci possono stare nel gioco del calcio. Ciò che mi lascia sgomento è l’atteggiamento sugli spalti: in queste partite, al di là dell'”onore” non vi è in palio nulla, i ragazzi nella maggior parte dei casi alla fine sono magari delusi ma non ne fanno certamente una malattia (a parte, come accaduto ieri, qualche sporadico caso).

Il gioco è una cosa seria, diceva Gadamer: ma la serietà del gioco è nel gioco stesso, negli attori del gioco. Non di chi sta sugli spalti: chi sta lì deve fare il tifo, può anche protestare per qualche decisione dubbia, ma senza mai uscire dal recinto del buon gusto (dare del coglione all’arbitro urlando come ossessi non è più buon gusto). Ancor di più perché in questo caso sugli spalti ci sono quelli che dovrebbero avere il ruolo di educatori. Se l’esempio è questo, se gli animi si esacerbano per un nulla, allora è normale che la gente poi vada allo stadio con i coltelli, le molotov o le bombe carta. Ci sta la competitività, il fatto che è bello vincere: ma tra questo e l’innescare della violenza, anche solo verbale, la differenza è abissale.

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