Us and Them

usandthem

No, non parlo dell’omonimo brano dei Pink Floyd contenuto in quella pietra miliare della musica, The Dark Side of the Moon (1973). Non ho la scanziana capacità di avere un parere esaustivo (giusto o sbagliato esso sia) su tutto, che sia calcio, musica, politica o vino.
La “colpa” di questi pensieri è di Flavio Meistro: leggevo nei giorni scorsi un suo intervento su Facebook e parlava di una contrapposizione noi vs altri a proposito del trito e ri-trito argomento naturale/non naturale nel mondo del vino.

La costruzione di un noi, di una pseudo coscienza collettiva, è un’esigenza intrinseca nell’essere umano: la necessità di un senso di appartenenza, il bisogno di una collaborazione, la preservazione del sé individuale. Solitamente tutto questo si poggia su moventi non razionali od utilitaristici: entriamo nella sfera della Gemeinschaft, della comunità come indicata da Tönnies nel 1887 e ripresa criticamente da Weber in “Economia e società” del 1921. La Gemeinschaft, dalla lezione di Weber, poggia su una sensazione soggettiva che risponde a esigenze quasi primordiali. Il consenso si costruisce intorno a concetti che riescono a smuovere bisogni e paure: il noi diventa una coperta sotto cui infilarsi per sentirsi meno deboli in una situazione di “homo homini lupus“. Si tende a creare legami forti legati alla sopravvivenza del sé e del noi.

La razionalità o l’utilitarismo entrano in funzione nella Gesellschaft, o società, in cui “accordi razionale di mutuo consenso” diventano primari: la società tende a distruggere la comunità, l’agire razionale dovrebbe tendere a prendere il sopravvento sull’agire emozionale. In realtà i due livelli convivono, a mio avviso: basta pensare al fatto che anche in questioni economiche si sceglie non sempre “la miglior offerta” ma “quello che mi ha consigliato il mio amico”. La logica comunitaria sottende sempre all’azione interna alla società.

Il problema della costruzione del noi è che tende poi ad assolutizzarsi: noi contro gli altri. Us and them. Pensiamo a quanti esempi offre la storia: spartani vs ateniesi, romani contro il resto del mondo conosciuto, nazisti vs ebrei, comunismo contro fascismo e via dicendo. I leader della Gemeinschaft sono di soliti carismatici, ergono al loro ruolo grazie a sentimenti e non reali capacità: un Salvini, leader della Lega, oggi è un ottimo esempio di questo agire. Il populismo che lo permea, i suoi messaggi “ruspa” e simili, poggiano sulla paura delle persone, sulla paura del diverso, sulla difesa dell’italianità contrapposta al nemico rappresentato dal diverso, dall’altro. Il fondamentalismo, religioso, politico o di qualunque altra natura poggia sempre su questo bisogno di affermazione, di supremazia. Anche all’interno del noi sussiste la gerarchia, tesa unicamente a preservare la sopravvivenza del noi e fa ugualmente leva sui concetti di più forte, migliore, indipendentemente dalla veridicità di tali affermazioni. L’altro diventa il nemico, da distruggere, perché non pensa come il noi, non vive come il noi, perché il noi è portatore della verità, della migliore Weltanschauung (visione del mondo) possibile che è incarnata dal noi.

Ok, è un cappello introduttivo un po’ lungo, me ne rendo conto. Ma necessario: anche nel vino stiamo assistendo a qualcosa del genere.
Quando mi affacciai su questo mondo, correva l’anno 2008, il noi vs loro era rappresentato dalla contrapposizione professionisti contro blogger. Poi il confine si è assottigliato e la querelle è un po’ svanita.
Da anni, invece, assistiamo a quella discussione che riguarda i vini naturali (o presunti tali) e i vini industriali (o presunti tali). Noiosa per la piega che ha preso, non per l’argomento in sé. Nella filosofia, soprattutto quella antica, il concetto di naturalità si oppone non ad artefatto bensì all’idealità. Natura vs idea, o concetto. La sfera del’artefatto, dell’intervento umano, non è neppure presa in considerazione. Ma qui non parliamo di filosofia, me ne rendo conto. E non mi interessa neppure parlare del manifesto del vino naturale, del vino industriale o similari.

Mi interessa il clima da caccia alle streghe che “noi e loro” hanno messo in piedi. Il clima di incomunicabilità tra i fautori di entrambe le posizioni, dove gli uni sono avvelenatori e gli altri sono bevitori di schifezze puzzolenti che fanno male per altri motivi.
Sapete come si chiama tutto questo? Fondamentalismo.
Sì, noi e voi, mi rivolgo a voi: non c’è tanta differenza tra la vostra pretesa di verità insita nel vostro pensiero e il fondamentalismo religioso e politico. La verità assoluta, mi spiace dirlo, non esiste per l’uomo: esistono verità parziali, soggettive, figlie del pensiero e del sentire. Il fondamentalismo che vuole assurgere a verità assoluta la propria Weltanschauung porta inevitabilmente allo scontro che prevede la distruzione dell’altro.

La contrapposizione noi/loro si può superare solo avendo una visione laica e non fondamentalista, accogliendo posizioni giuste che entrambe le parti propongono.
Anche io non voglio che in vigna usino la kimika (le k sono volute) pesantemente come rappresentato da Presa Diretta per la zona del Prosecco, che la solforosa non mi faccia venire mal di testa e che un lievito non mi rovini quello che può donare il processo fermentativo. Ma allo stesso tempo non voglio neppure ingurgitare vini spiacevoli (eufemismo) al naso e al palato, allo stesso tempo se un produttore ammette di fare un trattamento in più perché altrimenti perderebbe tutto non lo voglio crocifiggere (se uno sta male non prende gli antibiotici piuttosto che affrontare una cura omeopatica?).

E poi ricordiamoci sempre un paio di cose:
1) questi argomento sono interessanti per 1% della popolazione. Le persone continua a comprare vino al supermercato guardando il prezzo e non la qualità.
2) queste discussioni stanno creando delle mode pericolose (pensate al ruchè vegano, piuttosto che al fatto ora tutti i produttori, anche industriali, si dichiarano bio o qualcosa del genere.)

Partiamo da queste due cose prima di tutto quando parliamo di come comunicare. E non dimentichiamoci mai che la comunicazione nel mondo del vino deve essere laica: non faziosa, non fondamentalista.

E ora ascoltiamoci un po’ di Pink Floyd (il brano, a proposito, è una critica alle guerre)
Immagine anteprima YouTube

About enofaber