Straniero in terra straniera

petitearvine_fiorano

C’è chi l’amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione,
Bocca di Rosa né l’uno né l’altro:
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.

[Bocca di Rosa – F. De Andrè]

Dalla finestra dell’ufficio vedo ogni giorno le montagne valdostane: senza dubbio la Valle d’Aosta enoica è stato motore e fulcro di questo blog. Per usare le parole di A. Morichetti “il suo progetto di approfondimento sembra uscito esattamente dai consigli di Umberto Eco per scrivere una tesi di laurea: scegli un argomento, anche piccolo, e diventa il più grande conoscitore di quella materia“. Non penso di essere il “più grande conoscitore di quella materia“, ma sicuramente ho studiato molto e mi sono anche applicato, in campo e nel bicchiere. Me ne sono innamorato, prima, durante e dopo: anche il giro italico post pubblicazione del libro è stato un bel banco di prova. Presuntuosamente penso di averlo anche superato nel mio piccolo.
Ma in tutte le storie d’amore prima o poi subentra un momento di apparente impasse: la crisi del settimo anno o cose del genere. Già, è da circa 6 mesi che non salgo in Valle d’Aosta, è da tanto tempo che non ne parlo sul blog, è da un po’ che non verso nel bicchiere qualche vino VdA, preferendogli altro.
Visto che, sempre per citare Morichetti, sono molto “autoriflessivo“, mi sono domandato il perché, provando negli ultimi tempi a fare dell’autoanalisi, ossia “fatti la domanda e datti la risposta“.
La componente materiale del tempo ha inciso, sia per questioni personali sia per scelta di destinare il mio tempo non lavorativo ad altro. Ma questa è solo l’apparenza, la punta dell’iceberg: ad un certo punto è subentrata un po’ di stanchezza, di voglia di andare oltre, di non fossilizzarsi. Sono sempre stato insofferente alle etichette per quanto, alla prova pratica, conduca una vita abbastanza ordinaria e in cui la routine è abbondante: ma questa insofferenza si trasforma in inquietudine che va aggirata con nuovi input e stimoli. Il problema è che al momento la stanchezza fisica e mentale è molta e mi rendo conto che sono ben poche le cose che mi incuriosiscono e stimolano. Il Faber-pratico, il senso etimologico del nome, ha preso troppo il sopravvento, facendo venire meno la dimensione del pensiero e dell’entusiasmo.
Poi sì, c’è un po’ di delusione: per la prima volta lo ammetto pubblicamente. Tutto è sempre questione di aspettative, di desiderata. L’unico risultato concreto è stata la chiamata da Slowine per curare le schede della regione, attività che continuerò anche nel 2016. Mi ha colpito l’indifferenza (o il senso del tutto dovuto) che molti autoctoni hanno riservato al mio “lavoro”: ho fatto, prima sul web, poi su cartaceo, poi in giro per circa 10 mesi, l’ambasciatore della Valle d’Aosta. Questo me lo riconosco, anche a costo di sembrare un po’ troppo presuntuoso e autoreferenziale. Nessuno me lo ha chiesto, vero: ma penso anche al fatto che in questi ultimi anni l’esposizione “mediatica” della Valle è cresciuta esponenzialmente. Forse, dico forse, qualcosa il mio agire ha portato. Con la colpa, mai dichiarata, di non essere valdostano. O forse, più banalmente, non all’altezza (e qui ritorno nei ranghi della solita sensazione della “sindrome dell’impostore“).

La bottiglia in foto ha rappresentato l’ultimo bicchiere in salsa valdostana: Petite Arvine 2014 di Chateau Feuillet. Minerale, fresco, forse ancora un filo acerbo con grande potenzialità di invecchiamento. Un assaggio molto valido.

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