Gerontocrazia enoica

dinosauri

[immagine presa dal web]

Alcuni giorni fa, su un autorevole sito è uscito un editoriale in cui si parlava di “giovani linci“.
Estrapolo la definizione data: “E chi sarebbero queste “giovani linci”? il giovane non è un riferimento anagrafico ma enoico; persone che, spesso grazie al buon uso dei social network, si sono affacciate a questo mondo diciamo negli ultimi dieci anni, se non dopo. Si sono affermati seguendo le mode più in voga, bio qualsiasi, orange wine, legno grande, vini scoloriti insomma tutto ciò che rimbalzava e ammiccava sul web. Ma non solo loro; anche una schiera di persone con un trascorso più classico, come aver frequentato corsi in autorevoli associazioni per approdare poi ai panel di qualche guida.
Tra le varie “accuse” si parla di “[…] Mi colpisce la loro superbia, spesso il loro esile spessore tecnico, il porsi come dei guru in ogni zona e in ogni situazione come se fossero detentori del sapere assoluto […]“. In più “[…] Insomma un atteggiamento che definire “forcaiolo” e “giacobino” è un eufemismo […]“.
Il finale è: “Il concetto è: perché non provate a capire, perché non studiate? questo è un lavoro bellissimo ma lo vivete male. Vi faccio solo una domanda: ehi giovani linci, vi rendete conto che qualcosa non va nelle vostre interpretazioni? Che forse il vostro approccio è errato? E che avere più rispetto verso i produttori e una maggiore conoscenza dei territori vi farebbe fare figure meno infantili e meschine?” (in corsivo il copia/incolla dall’articolo).

Subito, appena letto, ho scrollato le spalle e lasciato perdere. Poi ho riflettuto. Non penso di rientrare nel novero delle “giovani linci”: sia per esperienza sia, soprattutto, per atteggiamento.
Ma visto che sono circa 10 anni che mi interesso pesantemente al “mondo del vino” qualcosa di queste “giovani linci” o nouvelle vague penso di poter dire. Ed è proprio l’opposto di quanto letto: ho avuto la fortuna di conoscere e degustare con ragazzi e ragazze estremamente preparati, modesti, pronti a mettere in discussione ogni presunta certezza potesse affacciarsi alla loro mente. Gente che dal produttore ci va con gli scarponi e non con la cravatta, gente che osserva, ascolta e fa parlare prima il produttore e poi il vino: ascoltando veramente. Studiando, mettendoci testa e sensibilità.
E che, soprattutto, hanno portato una ventata di novità in una critica stantia e ferma sempre alle solite troppo note etichette pluricelebrate. Se negli ultimi anni si è accesa la lampadina su certi stili, certe tipologie, certe aree geografiche e metodologie produttive, è anche grazie a queste persone che hanno interpretato al meglio di ruolo di scout e di osservatore. Senza con questo scomodare i grandi del passato, vedi Soldati e Veronelli, che restano sì una pietra miliare e fondamentale della critica enoica, ma che come tutte le divinità vanno assimilate, digerite e superate. Purtroppo al momento si vedono pochi, pochissimi degni eredi (Sangiorgi, Masnaghetti, Castagno, Gianni Fabrizio su tutti, Caffarri, Cossater e Stara sono sulla strada buona): ma anche questo penso sia normale.

Certo, ci sono veramente anche “le giovani linci”, quelli che io definisco “i saputi“: ma è da che mondo è mondo che queste figure esistono. Solo che una volta andavano al bar del paese, oggi si affacciano sui social avendo maggiore visibilità. Ma è possibile fare la tara, soppesarli, osservare la superficialità e comprendere chi agisce con spirito veramente critico e chi per celolunghismo e presunzione.

Un articolo del genere, pieno di luoghi comuni e generalizzazioni, il fare di tutta un’erba un fascio, suscita in me la stessa tristezza nel vedere Bruce Willis nel ruolo di pensionato telefonico o Antonio Banderas che parla alle galline.
Mi pare, senza giri di parole, che sia una gerontocratica difesa dello status quo che dimostra una solida paura del nuovo che avanza e che evidenzia una perdita di appeal da parte di chi in passato poteva avere autorevolezza e potere e teme di perderlo.
Sia chiaro, nessuno qui nega l’importanza di ciò che è stato e ciò che si è dato. Nessuno nega i millemila bicchieri degustati, le verticali, orizzontali, diagonali che sono state fatte e che costituiscono un bagaglio di esperienza fondamentale. Il mio è solo un invito a riflettere su un dato incontrovertibile: il mondo cambia, per fortuna, con o senza di voi. Sta a voi prendere il bello e il buono del nuovo che avanza, senza alzare barriere che fanno tanto ancien régime.

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