Ho giocato a subbuteo e ho perso di nuovo

Subbuteo

[immagine presa in rete]

No, non è che ho rimesso i “tacchetti alle dita” per giocare al celebre gioco di calcio da tavolo.
Questa è un’immagine che affonda nella mia infanzia ed è stata forse la prima vera lezione di vita che ricordi consapevolmente. Da bambino/ragazzino amavo tantissimo questo gioco, il calcio in miniatura: forse perché con il calcio reale ero scarso, complice un fisico gracile. E quindi iniziai a praticare questo “sport”, giocando e allenandomi tantissimo. Fin da bambino la testardaggine talvolta pervicace non mi era mai mancata.
Coinvolsi gli amici dell’epoca, età trasversale dagli 8 ai 12 anni: dopo i dodici anni smetti di giocare con quelli più piccoli, è disonorevole, dovevi iniziare a fare “il piccolo” con i più grandi, ma non era giustificato fare “il grande” con i piccoli. Coinvolsi tantissimi ragazzi (considerando che vivevo in un paesucolo di 1000 anime vive comprese galline e gatti, la proporzione dei giocanti era davvero elevata): partite, tornei, interi pomeriggi passati a giocare. Ero in effetti il più bravo, senza tema di essere tacciato di sbruffonaggine.
Spesso andavo a Torino, la grande città, dove viveva la nonna e dove andavo a comprare le squadre di subbuteo: nel negozio dove mi rifornivo, la Gioia dei Bimbi in via Po (locale tuttora esistente) ad un certo punto organizzarono un torneo. Dall’alto dei miei 9/10 anni e pieno di speranzosa presunzione mi iscrissi: tanto ero il più bravo, no?
Continuai a giocare ogni santo giorno, bullandomi un poco che ero tanto figo da andare a fare un torneo a Torino.
Giunse il fatidico giorno: era un martedì pomeriggio di fine giugno, la scuola era finita, le giornate erano tiepidamente calde. C’era il tabellone all’ingresso del negozio, con il mio nome e la mia squadra preferita, il Nottingham Forest (mi piaceva perché mi ricordava Robin Hood e la foresta di Sherwood e all’epoca era una squadra forte e famosa). Dovevo affrontare un ragazzino occhialuto che giocava con il Real Madrid. Ero teso come pochi, tremavo addirittura, schierai la squadra con il solito 4-3-3. Iniziammo a giocare: dopo 5 minuti di gioco ero sotto di 2 gol a zero. Avevo sbagliato tutto lo sbagliabile e l’occhialuto, sostenuto da una folta schiera di amichetti tifanti, era decisamente più bravo di me.
Nell’arco di 20 minuti, la durata dell’intera partita, presi la bellezza di 7 gol, senza riuscire a fare un misero tiro in porta.
Il mio torneo finì lì, con un vergognoso 7 a 0 sul groppone. La vergogna di dover tornare dagli amichetti del paesucolo e raccontare la disfatta. Sì, vergogna, è la parola più corretta. E con un cliché che ho ripetuto negli anni successivi in altri campi della vita, smisi di giocare a subbuteo. Riposi le scatole con tutte le squadre nel cassettone sotto il letto e non le toccai per anni, tanti anni, fino a quando non decisi di regalarle a mio figlio e giocare con lui. 25 anni almeno, di disinnamoramento. E in parte di rimozione, perché questo episodio mi è tornato alla mente in tempi relativamente recenti.

Perché ti rendi conto che per quanto tu possa allenarti, studiare, impegnarti ci sarà sempre qualcuno più bravo di te. E che ti dà la misura di quanto tu possa “competere” in certi campi.
Non si è mai bravi abbastanza, non si è mai preparati abbastanza: nel subbuteo, nella musica, nel vino. Il problema è che ci sono anche dei limiti oltre i quali è difficile andare: non importa se questi sono di natura fisica o mentale. Esistono, provi a superarli ma alla fine restano perché oltre ad un certo punto ti rendi conto che non puoi andare. Fisiologico, non tutti possono scalare il K2, non tutti possono fare una maratona: anche se ci allena e ci si prepara oltre un centro punto non si riesce ad andare.
Di recente mi è capitato, dopo lungo tempo, di tornare a parlare di vino, di Valle d’Aosta in pubblico: non ho perso 7 a 0, questo no, probabilmente ho anche portato a casa il risultato. Ma la mia sensazione finale era di delusione.
Perché mi sono reso conto che i limiti, oggettivi, non si riesce a superarli, nonostante l’impegno.
Probabilmente, con un paragone calcistico visto il tema, sono uno che in certi ambiti può barcamenarsi a metà classifica, salvandosi dalla retrocessione, ma non sono attrezzato per la qualificazione alle coppe o alla vittoria finale. Il passo della consapevolezza è stato compiuto. Ora resta il fatto dell’accettazione.
Solo noi stessi possiamo deluderci così tanto di noi stessi: perché abbiamo aspettative.

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