Enofaber vive

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[post lungo, vi avviso]

Pochi giorni fa mi è arrivato l’avviso della scadenza dell’hosting del qui presente sito, Enofaber.
Non scrivo da lunghissimo tempo qui sopra: le ragioni sono molteplici ed emergeranno qui di seguito.
Mi sono pertanto chiesto il senso di mantenere in vita o meno tutto ciò. Non è una ragione economica: in fondo si tratta di 20 euro all’anno. Ma se questo spazio resterà qui (magari rinascendo, magari no) è perché lo considero tanto parte di me.
Non è solo un database di assaggi, pensieri, uscite più o meno felici.
Rappresenta una sorta di specchio o un ricordo di un percorso enoico e umano che mi ha cambiato molto. E perderne in qualche modo traccia mi dispiace. Subentra una dimensione assolutamente egocentrica e autoreferenziale, me ne rendo conto. Ma va così. Pertanto Enofaber (inteso come blog) vivrà ancora almeno un altro anno.

Perché questa lunghissima assenza?
Perché la vita prende percorsi strani, talvolta voluti e cercati, talvolta invece frutto di flussi più ampi di cui si è in qualche modo in balia.
L’enomondo, almeno quello in cui iniziai io oramai tanti anni fa, è cambiato completamente. Se una volta il medium del blog era fondamentale, ora tutto passa attraverso i social, ancor più attraverso Facebook. Si scrive direttamente lì, si risparmia al potenziale lettore un click in più. La fruizione è immediata, a differenza del blog. Anche il primo social che spopolò nell’enomondo, ossia Twitter, è quasi scomparso dall’orizzonte di molti di noi. Come dimenticare le prime prove di “vino sociale”, le degustazioni numerate? Un mondo acerbo, forse, ingenuo, ma che mi ha portato a crescere e conoscere persone che rappresentano tuttora un mio metro di paragone e giudizio (Jacopo Cossater su tutti). Era un mondo, per quel che mi è dato vedere, più semplice, amichevole, scevro dal markettismo più bieco che vedo oggi su altri canali e che mi porta sempre più spesso a domandarmi “ma è una condivisione vera o una marketta?“.
Chi mi ha seguito in questi anni sa che contro questo markettismo ho condotto le mie battaglie da Don Chisciotte. Purtroppo, e sottolineo il purtroppo, non ho prove oggettive per mettere in piazza le markette: mi limito ad annusarle e starcene quantomeno lontano. Un po’ di esperienza l’ho fatta, in questi anni, e difficilmente, scusate la presunzione, mi sbaglio nell’individuarle.
Ma non ce l’ho con chi riesce a monetizzare il parlare (o fotografare) di vino: anzi, c’è forse addirittura un po’ di invidia. Perché la coerenza che ho messo sempre in campo non mi ha portato a fare determinati percorsi. Vorrei solo che fosse evidente che si tratta di un contenuto per cui chi scrive/parla/fotografa viene pagato. Così il fruitore/lettore saprebbe se si tratta di un vero convincimento o di una pubblicità, a questo punto non più occulta. Quello che mi spiace veramente tanto è che per celare tante markette ci si sia appropriati, volgarmente, del termine “passione“.
Sì, io continuo a credere fermamente che il vino sia passione: e anche se la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie (cit.) resta un motore fondamentale.

Un’altra ragione per cui ho smesso di scrivere qui sopra è stata la mia collaborazione con la guida Slowine: visto che parlavo principalmente di vini valdostani, l’essere stato cooptato dalla guida come referente per la piccola regione tra le montagne mi ha portato per coerenza a non scrivere più di vini Vda qui sopra, onde evitare la possibile accusa di favoritismi o strani rapporti con i produttori.
Chiamasi conflitto d’interessi: se per alcuni è una stronzata, per me resta una cosa da cui rifuggire fortemente.
Non che questa strada mi abbia salvato da problemi: grazie alla collaborazione con la guida c’è chi, per lesa maestà, mi accusa di non prestare troppa attenzione ad alcune aziende, o chi (anche qui per sentito dire ma, quanto i sentito dire diventano più di tre, inizi a pensare che ci sia un certo fondamento), si incazza perché la propria azienda non è stata messa in guida e te la fa anche pagare mettendo il veto al mio nome per la partecipazione a determinate manifestazioni.
Ma amen, non si può piacere a tutti, non si può sempre far felici tutti: i responsabili della guida, su tutti Giancarlo Gariglio, sono testimoni del mio non aver mai perso la coerenza, l’obiettività e l’indipendenza che mi hanno mosso in tutti questi anni.

E poi c’è l’evoluzione della specie.
Un anno fa, di questi tempi, chiamai proprio Giancarlo Gariglio per dirgli che volevo fare un passo indietro sia dalla guida sia dall’enomondo. Come dice Morichetti, sono sempre stato un po’ troppo autoriflessivo, non ho mai nascosto le mie insicurezze e paure. Ero in un momento in cui il “che minchia stai facendo, guarda quanto tempo hai perso” prevaleva sulla passione. Prevaleva su tutto.
Ciò che mi disse Gariglio in quella telefonata resta affare nostro: sta di fatto che sono ancora qui.

Anzi, nel 2017, Enofaber (inteso che persona, al secolo Fabrizio Gallino) è evoluto moltissimo. Dal virtuale mi sono catapultato nel reale, conducendo moltissime degustazioni e serate. Qui entra in ballo la Banca del Vino, nella persona di Federico Piemonte, che ha creduto in me affidandomi anche serate “complicate”.
E ho scoperto che mi piace moltissimo: ho scoperto un lato di me che non sospettavo neppure.
In questo anno ho anche iniziato a fare il docente in alcuni corsi raccontando il mondo del vino, della degustazione a pubblici eterogenei. E il complimento più bello mi è giunto pochi giorni fa: “tu trasmetti passione“. Ovvio, devo trasmettere anche nozioni, ma la passione non viene mai meno, anzi si è rafforzata.

La scrittura è un po’ autoreferenziale. Il blog (e anche i social, dipende da come si affrontano) non sempre permettono il confronto. Il campo, le degustazioni, le narrazioni, le persone in carne e ossa e i bicchieri degustati al momento invece sì.
Ciò non toglie che Enofaber (inteso come blog) rimarrà qui ancora un anno. Magari tornerà la voglia di scrivere. Magari no. Spero che, in caso negativo, sia perché la vita reale, nel mondo del vino, diventerà sempre più importante e coinvolgente.

In questo post ho citato alcune persone che nell’ultimo anno si sono rivelate essere fondamentali per me. E per chiudere ne cito altre due, che rientrano ancor più nella sfera personale/amicale: Camillo Favaro e Vittorio Rusinà. Il primo perché con poche parole e pochi gesti (come tipico di suo) mi ha comunque fatto sentire una stima per me fondamentale. Il secondo perché continua a rappresentare il mio essere attaccato all’anarchismo enoico: il mio memento nell’essere sempre libero.

A voi che mi avete letto, ora e in passato, va semplicemente il mio grazie.
E magari ci si rilegge (o ci si vede) nel 2018.
Buona fine e buon principio a tutti voi.

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