Vertigine e vino

Dizziness

Purtroppo la vita materiale e pratica non mi permette di avere il tempo e le risorse mentali pronte per essere sempre sul pezzo. Tempo addietro lessi con estremo interesse un pezzo pubblicato da Fabio Pracchia sul sito di Slowine (La vertigine che è già stata) e inevitabilmente sono partite alcune riflessioni che cerco di mettere nero su bianco in questo post (in realtà queste riflessioni le ho già condivise con Fabio ma mi faceva piacere pubblicarle ugualmente qui, per ridare anche un po’ di vita a questo spazio).

Il rifletttere non verte tanto sulla tecnologia applicata all’agricoltura ed eventualmente alla degustazione. Per fortuna si tratta, quest’ultima, di un atto totalmente umano: anche la tendenza ginecologica dei sommeliers e dei degustatori più “scolastici” si scontra con la soggettività, elemento fondamentale e che permette di cogliere (o anche non-cogliere) in un vino sfumature diverse e che ci permettono di divertirci e confrontarci. La tecnologia può aiutare (deve aiutare) i produttori, gli enologi, ma non i degustatori: ne verrebbe meno l’aspetto più umanistico dell’intera degustazione.

Quello che su cui non sono d’accordo è la chiusura dello scritto di Pracchia: “Anche noi da bravi bevitori cerchiamo la vertigine che è già stata“. Personalmente ci aggiungerei un “anche”, ossia trasformandolo “cerchiamo anche la vertigine“. La vertigine, come intesa nel post se ho ben interpretato, è il metro di paragone, la pietra di paragone. Ma la vertigine che possiamo sperimentare non è solo metro di misura. Personalmente la vedo anche come punto da cui poi poter ripartire.
Non sono preparato quanto vorrei per quanto riguarda l’arte figurativa, ma il concetto di vertigine, che assume la forma più estrema nella cosiddetta “Sindrome di Stendhal“, si limita alla fruizione dell’atto estetico: e l’atto estetico che possiamo sperimentare si manifesta di fronte a un qualcosa di fisso e non mutevole. Un quadro, un’architettura, una scultura, per quanto possano trasmettere effetti sempre diversi anche di fronte a più “osservazioni”, sono e restano comunque oggetti fermi e non mutabili.
Nel vino questa cristallizzazione dell’oggetto su cui indaghiamo e degustiamo, non può sussistere. Ogni bottiglia è diversa dall’altra, ogni annata esprime qualcosa di diverso. La Variabilità del nostro oggetto è tale che la vertigine potenziale da sperimentare può ripetersi più e più volte, sempre diversa dalla precedente. Il concetto di “non-evoluzione” non penso possa essere applicato al vino e a un approccio alla degustazione laico e forse un po’ anarchico: proprio per la variabilità del nostro oggetto.
Ecco: la vertigine come momento di partenza e non solo pietra di paragone.
Tutti noi abbiamo i nostri punti fissi: nel post Fabio cita il Pergole Torte per il sangiovese, io potrei parlare non di un vino ma di sensazioni valdostane (acidità e sapidità molto elevate) che hanno tarato il mio palato e i miei paletti degustativi. Ma questi paletti sono fatti per essere superati, per far sì che ogni assaggio sia potenzialmente una nuova vertigine.
Ecco perché non penso che cerchiamo solo la vertigine che è già stata: dovremmo invece cercarla e andare oltre.
O addirittura cercare nuove vertigini, in modo da ampliare sempre più il nostro gusto e il nostro orizzonte conoscitivo e, perché no, emozionale.
Se cercassimo sempre la stessa vertigine, una sorta di coazione a ripetere che genera una calda “coperta di Linus”, vorrebbe dire che noi per primi saremmo in una fase di inaridimento e verrebbe meno il ruolo umanistico e indagatorio del degustatore.

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