Il produttore in bottiglia

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[immagine presa in rete]

Quanta ideologia c’è nella scelta che facciamo a proposito di un vino che mettiamo (o vorremmo mettere) nel bicchiere?
Questa domanda è nata la scorsa settimana grazie a un paio di episodi.
Il primo: scendo in cantina e (ri)trovo una bottiglia conservata gelosamente di un produttore che in passato si distinse per posizioni “politiche” razziste. Il produttore in questione è sicuramente eccellente, i cui vini mi sono sempre piaciuti e penso che potrebbero ancora piacermi in futuro. Quindi: può un produttore considerato “antipatico (o stronzo)” fare del vino buono? Sì, ovviamente. Lo metto volentieri nel bicchiere? Probabilmente se non pensassi al contorno e mi focalizzassi unicamente sul vino la risposta sarebbe comunque affermativa.
Allo stesso tempo, di fianco a quella bottiglia, c’erano un paio bottiglie di una produttrice a cui in passato avevo “contestato” alcuni presunti difetti. Questo mi ha impedito negli anni di continuare a bere il suo vino? No, assolutamente, perché nonostante questa critica, ho sempre creduto nel suo operato e soprattutto nella sua persona. Ecco il punto: l’affetto e la stima hanno sempre avuto la priorità su quello che potevo sentire nel bicchiere.
Quindi beviamo il vino o “beviamo” (anche) il produttore?
Il secondo episodio riguarda un post trovato su facebook in cui, nell’eterna diatriba su naturale/convenzionale, si parlava di ideologia. O meglio: l’autore, persona che non conosco direttamente ma che seguo attentamente perché ogni suo scritto è un distillato di cultura vera e propria, affermava che nella scelta delle bottiglie seguiva più un aspetto di bevibilità e piacevolezza più che qualcosa di ideologico. Nella foto corredata a questo scritto c’erano due bottiglie di produttori “convenzionali” (?) molto celebri, le cui bottiglie sono celebrate forse più per il nome impresso sull’etichetta rispetto al reale valore del liquido contenuto (quest’ultima affermazione è mia, non dell’autore del post).
Grazie a questi episodi quindi sono nate le domande di cui sopra. La definizione di ideologia è la seguente: “il complesso delle idee e delle mentalità proprie di una società o di un gruppo sociale in un determinato periodo storico“.
Il complesso delle idee di una società o di un gruppo permea, volenti o nolenti, le idee di ogni singolo. E a sua volta, l’insieme delle idee comuni, è anche, in qualche modo, figlio delle idee individuali. Di conseguenza diventa quasi ovvio affermare che ogni nostro atto è segnato da un’ideologia.
Nel nostro caso questo si traduce nel: non acquisto le bottiglie ottime di un ottimo produttore perché non condivido la sua visione politica ma allo stesso tempo continuo a bere quelle di un altro perché mi è molto più simpatico e nella sua visione del mondo ritrovo punti di contatto molto forti con la mia visione. Nonostante i presunti difetti.
Bevo certi vini perché la filosofia produttiva, che sia in vigna e/o in cantina, si avvicina alla mia.
Evito altre bottiglie perché penso che certi produttori seguano “filosofie” distanti dalla mia (e magari sbaglio, perché ognuno di noi è nutrito anche da preconcetti, elementi anche questi fondamentali per tenere viva un’ideologia: il pre-concetto è per sua natura un assioma).
Agiamo sempre in base a degli schemi che fondano la nostra Weltanschauung (visione del mondo): sembra banale, ma ogni tanto diamo per scontati certi presupposti e non riflettiamo che i conflitti, le discussioni nascono proprio per i contrasti delle singole visioni del mondo. Pertanto l’ideologia è qualcosa che permea ogni nostro atto, anche quello fondamentalmente banale e superfluo come il vino da versare nel bicchiere.
Alla fine, quindi, beviamo e assaggiamo il vino per quello che è, per quello che ha intorno, per chi lo fa o per quello che vorremmo rappresentasse?
Francamente a questa domanda devo dare ancora una risposta certa: ci penserò con il prossimo bicchiere 🙂 .

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