Doc – Dove Occorrerebbe Cambiare?

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[immagine presa dal sito Mipaaf]

Nel giro di pochi giorni sono stati pubblicati due articoli interessanti e in contrapposizione sul tema delle DOC.
Da un lato Fabio Pracchia su Slowine ha pubblicato una riflessione dal titolo Abolire le commissioni di assaggio per le Dop e le Igp potrebbe aiutare la viticoltura italiana” in cui si fa “portavoce” di alcuni produttori che vedono i propri vini bocciati dalle commissioni di degustazione ponendo una domanda importante: “siamo sicuri che l’attuale sistema di verifica sia adatto a una viticoltura italiana profondamente cambiata rispetto a quella nella quale la normativa vigente mosse i suoi primi passi?
Pochi giorni dopo, su Millevigne, Maurizio Gily ha pubblicato “Le Doc, un fortino assediato“, articolo in cui, partendo dal ricordare il padre della legge 903, Paolo Desana, rivendica invece la validità di questo strumento e della legislazione attuale, pur riconoscendo che in taluni casi l’approccio delle commissioni è fin troppo analitico. Analiticità che però dovrebbe garantire il consumatore finale. Esemplare è questo passaggio, a mio avviso: “Nello stesso tempo, non si può pretendere che sulla base della “autenticità” si assegni il “bollino” a vini palesemente difettosi, perché il difetto è soggettivo sì ma fino a un certo punto, le commissioni hanno il dovere di garantire al consumatore il rispetto di una qualità riconoscibile“.

Questo tema mi ha sempre intrigato, a dire la verità: pur non avendo una formazione giuridica come quella del Professore Michele Antonio Fino (molto bello il suo articolo su Intravino: “Conflitti d’interesse doc: lo strano caso Valoritalia“), né la grandissima conoscenza di Pracchia o Gily, qualche idea, ascoltando anche i vignaioli, me la sono fatta.
Ad esempio in Valle d’Aosta è in corso da un po’ di tempo un lavoro sulla modifica della Doc Regionale, con contrapposizioni anche nette tra i produttori. Cosa che ci sta appieno: sono fermamente convinto che il confronto tra posizioni diverse sia sempre positivo, purché la conclusione non sia una mediazione “democristiana” che scontenti tutti alla fine.
Confesso che la dicitura Doc, sul sottoscritto, non ha mai avuto grandissima presa: per me l’etichetta Doc o DOCG o IGT non garantisce aprioristicamente la qualità. Indica una provenienza cosa che Gily esemplifica in questa frase: “[…] il piccolo produttore, senza il territorio, è un solitario smarrito nella vastità del mondo, e cancellare il territorio dall’etichetta è come dire che il proprio vino non appartiene a nessun luogo“. Il Genius Loci sembrerebbe in questo modo preservato, sono d’accordo. Ma allo stesso tempo ho l’impressione che con la proliferazione di Doc, sotto-doc, DOCG create in fretta e furia per “contrastare” le normative europee, si è in certi casi andati svuotando di significato la provenienza territoriale, la matrice d’origine, senza tenere conto di sfumature talvolta clamorosamente così poco sfumate ma decisive.
E anche gli stessi disciplinari spesso e volentieri mi danno l’impressione di non valorizzare quello che dovrebbe essere l’aspetto territoriale. Anzi, al contrario, temo che sia un vincolo troppo stretto che tende a portare a un’uniformità tale che in questo modo si danneggia sia il vino sia il territorio che quel vino dovrebbe rappresentare. Uniformità che avvantaggerebbe solo grandi produzioni, lasciando fuori produzioni meno “allineate” ma non per questo sbagliate o di bassa qualità.
Come dice giustamente Gily a chiusura del proprio scritto “Penso che una maggiore condivisione di esperienze sarebbe utile, sia a migliorare la qualità media dei vini che a incoraggiare i produttori a riconoscersi maggiormente nel loro presidio territoriale e patrimonio collettivo, che è la denominazione di origine“. Ma per arrivare a questo occorre cambiare, se non l’impianto della legge, almeno alcuni aspetti troppo vincolanti. Se l’abolizione del sistema delle doc e delle commissioni mi pare una strada poco percorribile, anche nell’ottica di una garanzia di qualità verso il consumatore finale, dall’altro forse sarebbe un dato positivo riflettere su alcune modifiche, legate sia alle metodologie produttive che sono cambiate radicalmente negli ultimi anni, sia alla valutazione di alcuni aspetti organolettici (penso ad esempio al colore). Certi parametri che volevano indicare una qualità in passato, ad oggi appaiono forse anacronistici.
La strada è lunga e perigliosa, ovviamente, se si pensa anche al fatto che 87% del vino italiano è prodotto dal 13% dei produttori. Ma quanto meno la discussione è partita e magari, poco alla volta, porterà a recuperare il gap “culturale” che si è venuto a creare negli ultimi 20 anni.

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