Isola dei Nuraghi Rosso Igt Lanaitto 2007 – Cantina Oliena

Dopo un’estate quasi unicamente improntata su assaggi di bianchi, ecco affacciarsi nuovamente un rosso. Però un rosso di “mare” (per la banale associazione dell’isola al mare, tutto qui), un vino sardo, prodotto con vitigni autoctoni non meglio indicati: Il Lanaitto della Cantina Sociale di Oliena, realtà di cui avevo già parlato in passato a proposto del Nepente di Oliena 2004 e del Cannonau 2006.
Questo Lanitto dovrebbe essere il cucciolo di famiglia, il vino da tutti i giorni, da bersi a pasto. Saranno i 3 anni di vita o qualche altra combinazione, ma il “piccolino” dimostra una bella personalità e la voglia di farsi apprezzare. Insomma, nulla da invidiare ai fratelli maggiori, con una buona beva e una struttura per certi versi sorprendente.
Colore rosso rubino abbastanza carico ed intenso, al naso palesa subito note fruttate di confettura di fragole e poi passa su profumi che ricordano al prugna e la liquirizia; in chiusura una punta di pepe, per rendere rotondo e completo il tutto. Insomma, un profilo “alto”, non certamente tipico per un vino che dovrebbe avere poche pretese. In bocca ha un andamento altilenante: parte deciso e sicuro, riempendo al bocca con un discreta struttura, il calore e un’acidità importante. Subito dopo ha un cedimento, scende, sparisce, ma i tannini tornano lenti e tutto sommato piacevoli, lasciando come ricordo una bella nota amarognola e quasi verde (e/o balsamica) dotata di buona persistenza. Unica nota un po’ fuori dal coro è l’alcool, che a mio parere, alla lunga, non regala un granché ma appesantisce un po’ la bevuta. Un vino da bersi qui ed ora, probabilmente beccato nel pieno dell’evoluzione e della piacevolezza. Un’ulteriore conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, del buon livello qualitativo raggiunto da alcuni produttori dell’isola…

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Campania-Fiano Igt Don Chisciotte 2006 – Il Tufiello

Per chi, come me, ha poca dimestichezza con i vini del Sud Italia, ed in particolar modo scarsa conoscenza del Fiano, resta un poco spiazzato di fronte a questo vino. Perchè non ci si aspetta un vino di 4 anni, perchè colori e profumi sono molto lontani dagli standard a cui posso essere abituati. Vino “eretico”? Per la denominazione di sicuro. Tanto che sia per l’altitudine dei vigneti, sia per le metodologie adottate, questo Fiano de Il Tufiello è “declassato” ad IGT. Declassamento sulla carta, non sulla qualità e, ahimé, sul prezzo.
Da questo breve incipit potete capire che è stata una gran bella bevuta: color tra il paglierino carico ed il dorato, con riflessi che paiono quasi ambrati . Scorre abbastanza lento nel bicchiere, dimostrando fin dall’inizio grande sostanza e corpo. Al naso è subito chiuso. Bisogna pazientare un attimo e poi stupisce ed emoziona: dapprima sorprende con note quasi verdi, di fieno ed erba tagliata, poi regala un ricordo di camomilla e di spezie su cui spicca in maniera inequivocabile lo zafferano e, per quanto possa sembrare strano, del curry, con quel profilo dolce ma allo stesso tempo piccante. In chiusura si palesa la frutta, matura, molto matura, con la pesca e l’albicocca in prima linea. In bocca si ritrova quel corpo che si era potuto scorgere appena versato nel bicchiere: eccellente nota sapida e buona acidità, spalla alcolica precisa e decisa che dona profondità alla bevuta. Ricordi di tannini tirano leggermente il palato, regalando sensazioni amarognole piacevoli. A chiudere il cerchio si percepiscono anche in bocca ricordi di erbe aromatiche.
Insomma, una bevuta molto interessante e particolare. Non immediata, mi viene da dire: non bisogna avere fretta e pazientare affinché il vino abbai tempo per aprirsi un po’. Però la pazienza verrà ripagata ampiamente.
(per l’immagine si ringrazia il caro Giuliano Abate)

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Piemonte Doc Cortese 2009 – Azienda Luigi Spertino

La brocca era lì, sul tavolo, coperta da un semplice tovagliolo bianco. Era una di quelle brocche semplici e senza fronzoli e tradiva un po’ i suoi anni, segnata come era da leggere righe sulla sua superficie. Vicino alla brocca alcuni bicchieri, anch’essi semplici e non troppo ampi. Calici da degustazione e come nel caso della brocca il vetro presentava qualche striatura. Tutto intorno scatoloni e bottiglie, alle pareti immagini, attestati. Un posto spartano ma allo stesso tempo confortevole, specchio fedele del vigneron che ci ospitava.
Dopo i convenevoli e un rapido giro in cantina ci accomodammo al tavolo e il padrone di casa prese la brocca e versò un po’ del liquido in essa contenuta nei nostri bicchieri. Era vino, il suo primo vino bianco. E ci chiese, versandolo, la massima sincerità sulle nostre impressioni ed emozioni. Complice il tavolo mogano e le pareti dipinte con colori che certamente non brillavano per luminosità, il colore del vino non era così semplice da comprendere. Mi alzai e mi avvicinai alla finestra: posando il bicchiere sulla botte ed in piena luce, mi accorsi del bellissimo colore dorato, un oro antico, luminoso e brillante con un sacco di riflessi molto affascinanti. Al naso inizialmente era molto chiuso. Si sa, per un vino appena “raccolto” dalla botte dove riposa da quasi un anno, tirare fuori profumi nell’immediato non deve essere cosa facile. Infatti con il passare dei minuti il profilo si evolve, modifica, mostrando dapprima sentori floreali e di erba appena tagliata per poi passare alla frutta. Ma non la solita frutta “classica”, che ti aspetteresti da un vino bianco: sorprendentemente senti i fichi, quelli appassiti, e la frutta candita, ricordi insomma della frutta che si potrebbe mangiare a Natale. Ma in bocca la storia cambia, eccome: quello che mi colpisce è il profilo tannico di notevole importanza, la freschezza decisa e una sapiditià quasi piccante. Ma tutto integrato ed incorportato da una morbidezza che non ti aspetteresti, frutto di una malolattica partita spontaneamente, non indotta e tantomeno non bloccata, perchè “il grande capo, la Natura, ha voluto così“. L’alcool, seppur presente nel donare una spina dorsale alla bevuta, è integrato e leggero. Profilo eccellente anche per persistenza e facilità di beva. In un attimo, chiaccherando, il bicchiere è vuoto, lasciando profumi che ricordano i lieviti, la crosta di pane.
Questo è il racconto, minimo e mediocre me ne rendo conto, di quello che tra circa 6 mesi potrete bere se avrete la fortuna di imbattervi in una bottiglia di Ostrea Edulis, il Cortese prodotto per la prima volta da Mauro Spertino (produttore di cui avevo già parlato in passato a proposito del suo interessantissimo Pinot Nero).

Ecco qui, caro Mauro, la mia sincerità: un vino che ha regalato belle emozioni e che a mio parere potrà dire molto con l’aiuto del tempo, pur mostrando fin da subito grande personalità e temperamento. Dopo il tuo Pinot Nero, ecco un’altra prova della capacità che hai nel fare grandi vini mantendo un profilo di semplicità ed umiltà. Complimenti, chapeau

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Uber-bio

Settembre, tempo di vendemmia… anche in quel del Canavese, sebbene qui, a Cuorgnate (Cuorgné), un tempo centro vitivinicolo di prima qualità, si sia preferito eliminare la vite per lasciar posto agli alberi da frutto. Come memoria dei tempi che furono, un paio di “rioni” (i Ronchi, quartieri “collinari”) hanno nel loro emblema la vite… e nel cortile della casa in cui vivo c’è una bella vite, con un bel po’ di anni sulle spalle.
E nella foto che correda questo post, potete vedere che produce, anche in maniera abbondante (io ovviamente non ho fatto diradamento… che dite potrò accedere ai finanziamenti UE per chi produce troppo e deve svendere la propria uva e/o il proprio vino?). Quando venimmo ad abitare, la vite in questione era un po’ malconcia. Grazie ad alcuni consigli, alcune letture e molta, molta fortuna, la pianta sembra essersi ripresa. C’è chi afferma che sia semplice uva da tavola, chi propende (come il sottoscritto) per qualche tipologia affine all’Erbaluce (grandissima acidità, da quest’uva a mio avviso verrebbe fuori un buon metodo classico). In ogni caso: non conta, per me, sapere che tipo è. Conta molto di più sapere, per me, che è viva e che produce bene, qualitativamente e quantitativamente. E su questo non ho dubbi. E la soddisfazione è ancora maggiore perchè quest’anno non ho fatto alcun trattamento alla pianta, a parte qualche potatura al momento opportuno. Nessun verderame, nessun concime. Al massimo, qualche carezza e qualche buona parola, un po’ d’acqua e tanta, tanta pazienza.
Alla faccia di chi parla di coltivazioni bio o biodinamica.
Qui siamo molto più avanti, oltre: Uber-bio, dove uber esprime il concetto di alterità di superamento. Basta parlare e la vite produce bene e con soddisfazione. E la prossima settimana, se continua così, sarà ora di tagliare i grappoli… e che si dia inizio alla vendemmia. Vendemmia uber-bio.

(a scanso di equivoci: questo post è volutamente ironico e scherzoso. I concetti di biologico e/o biodinamico mi sono chiari….)

Ah, in ogni caso, bio, uber-bio o non bio, quest’uva è splendida e sana. Magari è solo fortuna….

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Champagne Premier Cru – Georges Clement

Lo champagne lo si associa, volenti o nolenti, a festeggiamenti, ad occasioni di divertimento. O a bevute importanti, da concedersi in compagnia di personaggi altrettanto importanti. Personalmente ho scoperto che lo Champagne, se di buona qualità, mi piace, indipendentemente da festeggiamenti o celebrazioni. Ovvio, deve essere buono e piacevole, come si dimostrano essere questo di Georges Clement, produttore di cui avevo parlato in passato assaggiando la Cuvée Tradition. Vista la soddisfazione provata nell’assaggio di questa versione, per così dire, “base” avevo grandi aspettative per l’assaggio di questo Premier Cru, un Blanc de Blanc. Bevuta ottima, ma io ho preferito la Cuvée Tradition. La differenza sta nella percezione che ho avuto dell’eleganza. Questo Premier Cru ha una struttura ed un’importanza notevole, un corpo assolutamente invidiabile. Però a mio parere è giocato molto più sulla potenza, sull’espressività, piuttosto che sull’eleganza.
Il perlage è ottimo: bollicine fini fini, persistenti, con tantissime fontanelle. Al naso lo spettro delle sensazioni è molto ampio: note citrine, limone, un ricordo di pompelmo, sensazioni erbacee ed una mineralità decisa e precisa. In bocca ritorna la sensazione minerale, con una sapidità evidente ed una buona freschezza. Corpo deciso, imponente per certi versi, che riempe il palato e lo avvolge per lungo tempo, regalando in chiusura sensazioni agrumate che chiudono il cerchio con le sensazioni riscontrate al naso.
In ogni caso, al di là delle mie personali preferenze, un’altra bevuta d’autore….

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L’acqua, il vino ed il ferro

Ceresole Reale è uno, anzi, è IL posto per antonomasia del Parco del Grand Paradiso versante piemontese. Già l’appellativo di Reale, legato al passato in cui i Savoia venivano a soggiornare spesso, utilizzando quei luoghi come tenuta di caccia, fa capire l’importanza che questo luogo aveva. Uso il passato perchè solo di recente il paese sembra scrollarsi di dosso un certo torpore in cui è stato immerso negli ultimi 20-30 anni, facendolo dimenticare ai più e vivendo di antichi fasti come una vecchia signora imbellettata che non ha più nulla da mostrare ed offrire.
Ma perchè parlo di Ceresole, celebre per la sua posizione, per le sue montagne, per il suo lago artificiale e per la centrale idroelettrica che fornisce energia eletrica a buona parte della provincia di Torino? Perchè il titolo in cui accomuno tre elementi apparentemente differenti?
Parlando di Nebbioli del Nord Piemonte (Gattinara e Ghemme per fare un paio di esempi) mi è capitato di parlare di note ferrose e note ematiche. E sempre, lo ammetto, con una certa intrinseca goduria nell’essere stato in grado di percepirle. Ma fino a pochi giorni fa avevo solo una vaga idea di cosa fosse veramente un sentore ferroso e/o ematico. A Ceresole c’è un luogo che consiglio di visitare, sia per la bellezza intrinseca, sia per le vestigia di un sistema produttivo (le ferriere) che non esiste più e che ha fatto storia, sia per le Fonti Minerali (qui il link alla storia sul sito del comune). Qui sgorga un’acqua che fino ad un paio di secoli fa era conosciuta in tutta Europa e considerata terapeutica per molte malattie, tra cui l’anemia e la sideremia. Terapeutica poichè conteneva moltissimi sali minerali e tracce di ferro molto elevate.
Provo a descrivere questo assaggio allo stesso modo in cui solitamente provo a degustare un vino: l’acqua si mostra assolutamente limpida, trasparente, non tradisce alcun colore strano o elementi in sospensione. Al naso si sente il ferro, si sente il profumo del sangue. L’immagine che riesce a rendere al meglio quell’odore è legato all’infanzia, alle altalene arrugginite della mia scuola elementare subito dopo un temporale o la pioggia. Non è, sia chiaro, che mi mettevo ad annusare le staffe di metallo (oggi potrei anche farlo, ma all’epoca ero ancora sano): però appoggiavo le mani e di conseguenza rimaneva quell’odore sulla pelle. In bocca si ha la sensazione di aver leccato quelle sbarre arrugginite, si ha il gusto del sangue che ognuno di noi, penso, ha provato quando da ragazzi si faceva a botte con gli altri e qualche labbro si spaccava e sanguinava.
Ovvio, la piacevolezza non c’è, la piacevolezza è altrove. Però assaggiare quell’acqua mi ha permesso di capire cosa sia un vero odore/sapore di ferro e/o di sangue. E l’ho fissato in maniera così chiara che lo riconoscerò senza ombra di dubbio.
Assaggiare l’acqua per imparare qualcosa sulla degustazione del vino. Non si smette mai di imparare qualcosa.
Per fortuna… :-)

(l’immagine è stata “rubata” da questo sito. Se la cosa disturba qualcuno, lo si dica e si provvederà alla rimozione. Chi tace acconsente, sia chiaro)

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Tapping Panel – Procork Puro

Lo so, lo so, sono andato lungo rispetto ai tempi concordati. Un po’ colpa dell’estate e dell’operazione alla mano che mi ha effettivamente impedito di aprire le bottiglie per alcuni giorni (e Jacopo a questo punto griderebbe “screw cap rulez“). E poi, sinceramente, ho voluto stressare la bottiglia: già che sbarellavo con le tempistiche, almeno ho cercato di fare le cose per bene.
Ovvero: un mese di cantina, due settimane in frigorifero, tre giornate all’esterno con temperature di 30° e passa, conservazione in orizzontale e verticale (anche a testa in giù) in cucina, con gli inevitabili sbalzi termici. Con il rischio, consapevole e voluto, di poter rovinare la bottiglia.
Ok, mi prenderete per pazzo: allora partiamo dall’inizio. Il Sugherificio Veneto ha brevettato, diciamo così, questa nuova tipologia di tappo, inserendo all’estremità dei materiali particolari (membrane celluari) che dovrebbero evitare (o limitare) i possibili difetti del vino dovuti a tappi difettosi (per i più curiosi consiglio di leggere il sito www.nonsaditappo.it). Il vino che si è prestato a sperimentare questo tappo è uno Shiraz 2007 dell’australiana Mount Avoca.
L’idea di un tapping panel è di per sé originale e divertente. Però vi assicuro che non è facile descrivere “un tappo”: lo stress a cui ho voluto sottoporre la bottiglia è legato proprio al fatto che volevo vedere fino a che punto reggesse. Al momento dell’apertura della bottiglia il tappo è risultato essere perfettamente integro. Una leggerissima venatura rossastra si presentava su un lato del tappo, ma per il resto non c’era alcun, alla vista, nessun difetto. Il tappo, annusato, sapeva.. di tappo (come è giusto che sia). Il vino, per fortuna, no: anzi, come ho già scritto, la decisione dei sentori era un aspetto davvero importante.
Quel tappo, al tatto, non presentava apparenti anomalie o differenze rispetto ai tappi tradizionali, elastico come altri. Se proprio si vuole trovare un difetto c’era questa “patina” apparentemente plasticosa (la membrana) che non era bellissima da vedersi. Ma a mio parere non tanto peggio rispetto ai tappi in silicone o similari.
Io non ho gli strumenti per dire se questo tipo di tappo sarà il futuro e risolverà le problematiche dovute a tappi difettosi. Posso dire che in questo caso è stato efficace. Ed il tappo nonostante gli stress, ha retto egregiamente.

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The Pyrenees Victoria Shiraz 2007 – Mount Avoca

Vino stappato in occasione del Tapping Panel organizzato dal Sugherificio Veneto. Come detto altrove l’oggetto fondamentale da osservare era il tappo. Per una volta ogni tanto il vino era un semplice contorno. Ma visto che su questo blog mi diletto a parlare di vino, non potevo esimermi. Si tenga conto che la bottiglia assaggiata ha subito dei maltrattamenti che solitamente non riservo al vino: già solo per questo motivo il suo essere integro merita un plauso. La piacevolezza in sé del vino è relativa, ad essere onesti. Il legno la fa da padrone, sia al naso sia in bocca. La “speziatura legnosa” tende addirittura a coprire la speziatura naturale del vitigno (Syrah o Shiraz, dir si voglia: in ogni caso un vitigno che di suo ha caratteristiche tali da renderlo facilemente riconoscibile e che in questo caso hanno fatto fatica ad emergere).
Colore intenso, carico, impenetrabile e denso, quasi pastoso fin dall’aspetto visivo. Il naso è subito segnato dall’impatto della speziatura dovuta al passaggio in legno: poi in seconda battuta vengono fuori sentori fruttati, di confettura di frutti di bosco, e speziati, pepe, ginepro ed in chiusura la liquirizia. Però, come detto in precedenza, l’aspetto più evidente è il sentore di legno. Che si riscontra anche in bocca, dove il vino sembra avere un andamento altalenante: dapprima abbastanza morbido, con una buona sapidità e una freschezza non molto accentuata, sempre poi decadere velocemente per riprendersi altrettanto velocemente con tannini abbastanza delicati che si aggrappano con fatica alla bocca. La persistenza del vino sarebbe buona, se non fosse che il sentore legnoso domina lungamente. Per gli amanti del genere “legnoso” o di quello che fino a poco tempo fa si chiamava “gusto americano”, in cui il legno era una sinonimo di magnificenza.
Lontano da quello che è il mio gusto, se mi è concesso dirlo….

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Colli Orientali del Friuli Sauvignon 2007 – Dorigo

Volete un vino didattico? Volete spiegare cosa si potrebbe di solito ritrovare in una bottiglia di sauvignon? Ecco qui la bottiglia che fa per voi. Un vino di vitigno e non di territorio, mi verrebbe da dire. Prodotto in Friuli, vicino alla Slovenia, da Dorigo (dello stesso produttore si era già assaggiato lo Schioppettino 2007).
Tipico, senza delusioni e senza esaltazioni, lineare ed onesto nel suo essere fedele a sé stesso. Ideale nel suo essere un vino estivo “semplice” e poco impegnativo e, nonostante i due anni abbondanti di bottiglia, risulta essere perfettamente integro e ancora “giovanile”, per certi versi.
Colore paglierino scarico, leggeri riflessi verdolini quasi, non c’è bisogno di avvicinare troppo il naso per sentire che è un sauvignon, con quell’inconfondibile sentore di “foglia di pomodoro”. Poi qualche sentore fruttato, un leggero ricordo di pera. Ma la potenza del primo sentore è talmente forte che difficilmente se ne riescono a percepire altri. In bocca è preciso nel suo essere sapido e con una spiccata acidità, che in bocca fa quasi sentire un leggero pizzicorio, l’alcool è ben equilibrato. Tutto sommato è abbastanza lungo, con una buona corrispondenza naso-bocca.
Insomma, per farla breve, piacevole.

Grauburgunder Kabinett Trocken 2009 – Konstanzer (Baden)

Il Grauburgunder non è altro che il Pinot Grigio. Fino allo scorso mese non sapevo che il Grauburgunder fosse coltivato pochissimo in terra teutonica. E la produzione più consistente è proprio nella zona del Baden, nel sud della Germania. Poi una persona di mia conoscenza si è recata in Germania e mi ha procurato alcune bottiglie tra cui questa, prodotta da Konstanzer, produttore che si trova a poca distanza da Friburgo.
Bottiglia abbastanza interessante, non immediata, nel senso che ci ha messo un attimo ad aprirsi e a farsi apprezzare, con alcune piccole interessanti “contraddizioni”. Tappo a vite che tanto sarebbe piaciuto all’amico Jacopo, nel bicchiere si palesa con un colore abbastanza tenue e scarico, con evidenti riflessi verdolini. Come detto in precedenza il naso non era immediato, dapprima aprendosi su sentori floreali di biancospino molto tenui e delicati, per poi passare a ricordi di timo ed erbe aromatiche. Poi in chiusura vengono fuori sentori fruttati, di pera. In bocca, invece, dimostra molta più potenza di quella riscontrata al naso: sapido, una bella nervatura di freschezza che lo rende “verticale”, alcool ben integrato, struttura “importante”, riempe la bocca: quasi quasi si potrebbe dire che è “carnoso” con il suo essere così pieno. Sorprendente, per certi versi. Lascia un retrogusto amarognolo e un ricordo di fiori secchi e di erba tagliata. Molto interessante e sorprendente per questo contrasto tra naso, leggero e delicato, e bocca, carnosa e piena. E adesso sono davvero curioso di assaggiare le altre bottiglie giunte dalla terra gemanica….

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Brevi vacanze

La mia assenza è stata breve, solo una settimana. Ero in quel posto in fondo alla vallata che si vede nella foto. Il luogo da cui ho scattato l’immagine (con il cellulare e quindi la qualità è bassa) è raggiungibile dopo circa 3 ore di camminata su un sentiero abbastanza ripido in mezzo ad un fitto bosco. Fare camminate così permette di sentire profumi e rumori diversi, aiuta anche a rimanere soli con sé stessi in mezzo al silenzio.
Durante queste vacanze, oltre al fatto di essere stato a lungo con mio figlio, vanno ricordati 4 momenti particolari, di cui un paio strettamente enoici.
1) Sperimentare sulla propria pelle cosa voglia dire essere immobilizzati dalla paura: immaginate di camminare di notte con una semplice torcia che illumina la via, un strada di montagna in mezzo ai pascoli. E ad un certo punto senti un fruscio accanto a te, un movimento, un suono di passi pesante. E d’istinto giri la torcia e ti accorgi che a non più di 10 metri c’è un cinghiale. Che ti guarda, grugnisce ed infastidito dalla luce fugge in direzione opposta alla tua. Per fortuna, perchè le gambe non sarebbero state in grado di fare un solo passo.
2) Domandarsi “sogno o son sveglio“, nel momento in cui, mentri passeggi nel bosco sopra indicato, vedi a pochi passi da te una coppia di giovani camosci che appena ti scorgono fuggono per vie impossibili e scompaiono così rapidamente che non ti sembra neppure vero di averli visti.
3) Scoprire che il rosé che ti propongono è un assemblaggio (o meglio, mischiaggio) di un vino rosso e di un vino bianco. E non è un “amico pirla ed un po’ snob“, ma una persona che ha preso due damigiane, una di merlot e una di chardonnay, non meglio identificati e li ha mischiati. Imbevibile.
4) Bere un grignolino che frizza più di uno spumante. E scoprire che, per aumentare le proprietà digestive (sigh?!) del liquido in questione, prima di essere spillato dalla damigiana a quel vino è stato aggiunta una quantità non meglio identificata di uno spumante (quasi di sicuro dolce). Imbevibile (2).
Vacanze brevi, natura selvaggia e splendida. E viste le avventure enoiche, grido convinto “viva l’acqua delle fonti” :-)

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Vino alimento – vino edonistico

Questo post è lì fermo nelle bozze da circa un anno. Non sono mai stato particolarmente convito nel pubblicarlo, perchè mi sembra di dire delle banalità. Però il fattore che mi spinge a pubblicarlo è più che altro un monito a me stesso, affinchè non si dimentichi che l’oggetto del mio “scrivere”, il vino, ha tanti aspetti e sfaccettature. Perchè de-gustando si guarda la pagliuzza, dimenticando il trave. O si guarda il dito e non la luna.
Autocritica? Forse.
Tutto nasce nell’estate del 2009 in cui trascorsi lungo tempo in montagna nella casa dei miei suoceri a dare una mano per riparare i danni che le grandi nevicate dell’inverno precedente avevano procurato. Sono stato con mio suocero ed i miei cognati. Il vino, rosso, principalmente Barbera, Dolcetto o Bonarda era un accompagnamento fisso dei pranzi e liquido corroborante (uso questa espressione appositamente) nel corso della giornata, durante i momenti in cui ci prendeva delle pause dal lavoro. Sia chiaro: nessuna etichetta, nessun produttore. Bottiglioni da 2 litri (il “dubbi“, il doppio litro in dialetto) acquistati dal più celebre imbottigliatore della zona. Vini che, per quanto differenti mostravano principalmente acidità media, residuo zuccherino evidente, molto fruttati e leggeri (o quasi) dal punto di vista alcolico. Vino alimento, come ho scritto nel titolo del post: vino che doveva dare energia (zuccheri), piacevolezza (frutto) e acidità (per digerire) e che non doveva ubriacare (alcool medio: certo, se ti bevi 4 o 5 bicchieri di fila li senti tutti nelle gambe). Elemento importante il bicchiere: non troppo grosso, al massimo due sorsate. Non di più. E visto il caldo, nonostante l’altitudine, bottiglione sempre nella fontana, al fresco.
Verso la fine di quei giorni decisi di aprire alcuen bottiglie che avevo portato da casa. In questo discorso non ha importanza quale vino fosse, quale produttore. Posso dire che erano bottiglie con un paio di anni sulle spalle, alcune con passaggio in legno, alcune abbastanza complesse. Nessun vino di particolare pregio, nessuna bottiglia ricercata. Buoni vini in media, almeno per i miei gusti. Un giorno a pranzo, con una di queste bottiglie aperte, mio suocero mi domandò cosa fosse. Ricordo che a me quel vino piaceva moltissimo: lui mi disse, senza tanti giri di parole, che a lui non piaceva perchè era troppo forte e si sentiva, testualmente “troppo poco l’uva”. E andò a prendersi il suo bottiglione e continuò a bere quello. Io incassai. Nei giorni successivi la scena si ripetè: vino “dei miei” contro il “suo”. E lui continuava a preferire il suo. Ok, ci sta il fattore abitudine, ci sta che magari io abbia sopravvalutato le bottiglie che avevo portato.
Però un dato è certo: il vino di cui parlo, di cui vado alla ricerca è un qualcosa che appartiene ad una sfera di pubblico limitato e ristretto. La maggior parte delle persone bevono quella tipologia di vino; oppure lo prendono al supermercato scegliendo in base al costo e alla convenienza. Ossia scelgono il vino in tetrapack. Che, detto tra di noi, una volta assaggiato non si può certamente accusare di essere cattivo. E’ corretto. Punto, senza se e senza ma. Può piacere o non piacere, ma non si può dire che sia completamente negativo. Certo, se cerchi l’emozione o l’imperfezione non lo trovi lì.
Tutto questo per dire cosa? Che spesso dimentichiamo che chi beve il vino lo fa per abitudine o per questioni alimentari. Il vino “edonistico” dove facciamo tanto i bravi con cinquemila descrittori è un fenomeno per pochi. E spesso, questi pochi, vengono quasi sbeffeggiati.
Comi mi ha scritto in privato un produttore possiamo dire tutto quello che vogliamo. Ma alla fine, memento, è solo e semplice vino. E tutto il resto non conta.
Personalmente continuerò a ficcare il naso nel bicchiere, cercando i sentori e provando a raccontarli come sono capace. Perchè mi piace e perchè mi diverte.
Ma forse è giunto il momento di uscire dalla nostra torre d’avorio ed avvicinarsi a quel “pubblico” che vede nel vino “del semplice vino”. Non conosco in pratica la strada da affrontare. Però è un passo da fare.
Forse in questo modo riusciremo a mettere in contatto mondi così differenti, provando a dialogare in qualche modo.

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Bosco Eliceo Doc Fortana Duna della Puia 2008 – Azienda Agricola Mariotti

Caro Mirco,
mi rivolgo direttamente a te. Non è mia abitudine scrivere i post parlando al produttore in prima persona. Però questa volta ho deciso questo approccio perchè mi trovo in difficoltà. Se già con la Malvasia avevo avuto un impatto non facile, questa volta con il Fortana, autoctono della tua terra, ho difficoltà ancor più gravi. Lo ammetto, non l’ho capito e non mi è piaciuto.
In passato su questo piccolo blog venni redarguito sul fatto che scrivendo “recensioni” negative potevo danneggiare un produttore e quindi avrei dovuto evitare, parlando solo dei vini piaciuti. Se a questo aggiungi che un blogger che stimo infinitamente ha parlato del Fortana come del “vino sorpresa di questa estate“, i miei dubbi sono aumentati a dismisura. Ho assaggiato il tuo vino 8 giorni fa. L’ho lasciato aperto e nei 3 giorni successivi l’ho riassaggiato, cercando di capirne l’evoluzione. Che non c’è stata, se non in senso ossidativo.
La sera in cui l’ho aperto mi sono trovato di fronte ad un vino con un colore abbastanza scarico, tendenzialmente leggero e poco compatto. Anche sul bicchiere scivolava rapidamente. Appena versato mostrava un rapida ed evanescente schiumetta, insomma una leggera effervescenza. Al naso l’impatto già deludeva: molto chiuso, quasi una leggera puzzetta (la prima impressione è stato un sentore di uovo). Poi lentamente svaniva lasciando spazio a quel sentore salmastro che ricordava la Malvasia e un leggero frutto rosso in lontanza, tenue e poco corposo. In bocca è scomposto: prima l’effervescenza, poi un sentore amarognolo, a seguire tannini molli. Insomma un vino che mi ha dato l’idea di stanco. L’unico aspetto vivo è la sapidità, molto presente e costante. I sentori con cui chiude sono amaramente (nel senso di amarognoli) persistenti.
Una bottiglia sfortunata quasi di sicuro che rientra nella sfera dei rivedibili (come si diceva un tempo alla visita militare), mi viene da pensare. Mi piacerebbe però sapere da te cosa avrebbe dovuto tirare fuori questo vino. Ti prometto che, in ogni caso, lo riassaggerò.
A presto,
con simpatia,

Faber

Veneto Rosso Igt Polveriera 2008 – Azienda Agricola Piovene Porto Godi

Ironia della sorte è degustare questo vino ascoltando David Bowie con Heroes. Perchè questo vino viene dalle parti di un altro David che parla di “no miti, no eroi, no guru”. Sto parlando dell’amico Davide Cocco a cui la terra veneta, in particolar modo i Colli Berici, deve molto in fatto di “esportazione dell’immagine”. Però capita che ad un baratto devi scegliere delle bottiglie e decidi di prendere questa bottiglia. Scelta alla cieca, nel vero senso della parola. Poi ti “fai la bocca” bevendo un rosato prodotto dalla stessa azienda e un po’ ci prendi gusto, perchè ti piace. E quando decidi di aprire questa bottiglia immagini che quasi di sicuro non avrai delusioni.
E così è stato. Blend di cabernet franc, cabernet sauvignon e merlot, bel colore, compatto, fitto, rosso rubino carico, dà l’idea di essere giovane e vivace. Al naso è subito segnato dalla frutta cotta, confettura di frutti di bosco e un richiamo alla prugna, mi verrebbe da dire. Poi qualche spezia, pizzicorio legato ad un sentore di pepe, un vago ricordo erbaceo e di liquirizia. Un profilo che, con le debite differenze, potrebbe ricordare un po’ il Ruchè (in particolar modo la versione di Cascina Tavijn). Onestamente pur avendo fatto passaggio in legno non si percepiscono tostature o legnosità. Ecco un bell’uso del legno, nulla da dire. In bocca è corposo, piacevole, con una bella sapidità, tannini vivaci e una discreta morbidezza. Unico difetto, a mio gusto, la spalla alcolica un po’ troppo presente, forse un po’ sgraziata. Molto persistente, dove in chiusura primeggia il frutto con il sentore di prugna trovato prima al naso. Vino piacevole nel suo insieme, che forse potrebbe anche essere servito leggermente fresco.

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Valle d’Aosta Doc Enfer D’Arvier 2008 – Cave de l’Enfer

Ci sono momenti, in tutte le storie d’amore, in cui dopo l’irrazionalità e l’amore “sempre e comunque” ci si sofferma, volenti o nolenti, e si riflette, cercando di vedere con occhio meno innamorato e più lucido “l’oggetto” del proprio amore. Questo può anche servire per comprendere se è effettivamente amore. Perchè è facile amare il bello, il buono ed il giusto; è facile essere innamorati quando tutto è perfetto e senza ombre. Più difficile è accettare che il proprio amore possa avere dei difetti o, quantomeno, aspetti che proprio non facciano impazzire: se li accetti e vai oltre si può dire che è ancora amore (ovviamente questa conclusione è volutamente semplicistica).
Ok, questo cappello introduttivo molto metafisico serve a giustificare la delusione parziale ricevuta dall’assaggio di questo vino. Si sa che la Valle d’Aosta enoica è per me un amore e l’Enfer è stato il primo vino che mi ha fatto avvicinare alla VdA. Se a questo aggiungi che l’Enfer (ossia il Petit Rouge che si trova nella zona di Arvier) è a mio parere un vino che dà il meglio con l’invecchiamento, ecco spiegata la mia parziale delusione. Che nulla toglie ai vini valdostani e, ancor di più, all’egregio lavoro che Gianluca Telloli sta facendo ad Arvier (oltre che a Morgex).
Però…. vino che colpisce i curiosi per il tappo in vetro, vino dall’etichetta completamente scritta in francese in cui spiega che questo vino segue molto la filosofia bio (pur non potendo avere la certificazione per questioni burocratiche da quanto mi disse Telloli). Vino, e qui il primo aspetto che fi fa storcere il naso, che si consiglia di servire a 14°. Io ho eseguito, pur con alcune perplessità, ma ritengo che nessuno meglio del produttore sappia indirizzarti al meglio. Appena versato si presenta con un bel colore rubino con ancora qualche riflesso violaceo, compatto e fitto, impenetrabile. Al naso è molto chiuso ed in bocca si percepisce una certa freschezza e un frutto piacione, ciliegia, che avvolge il palato in maniera un po’ pesante.
Aspetto che la temperatura si innalzi (cosa abbastanza rapida visto il periodo) e per fortuna le cose un po’ cambiano. Profumi un po’ più delineati, con sempre questo frutto ciligioso in primo piano e poi qualche ricordo di fiori. Man mano che la temperatura sale ecco un sentore carnoso, nel senso lettarale della parola. Carnosità, o materia per dirla più elegantemente, che si ritrova nell’assaggio, dove la freschezza e la sapidità emergono con decisione. Alcool ben presente ma tannini un po’ scomposti. Per fortuna, mi viene da pensare, trattandosi di Enfer. In chiusura si ripresenta il frutto piacione che avevo descritto poco fa. In definitiva non posso dire che si tratti di un assaggio “assolutamente deludente”. Però, dall’Enfer, mi aspettavo qualcosa di diverso. Semplice. Ecco il perchè di questa parziale delusione. Ma detto questo, il mio entusiasmo per la Vda enoica e per l’Enfer non è miminamente scalfito.
Allora (forse) è amore….

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